Il punto di riferimento per le previsioni meteo

Sicilia: tra storia ed eclissi solari totali,dal XVIII al XIX sec d. C.[1°p 31°]

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[Fonte: wikipedia.org]
La cattedrale barocca di Noto edificata dopo il sisma del 1693

di Luca Rao, teosat@libero.it

31° puntata

       ES DALLA FINE DEL PERIODO ASBURGICO AL REGNO D\’ITALIA

1870

1870 AREA CENTRO SUD-EST, ETNEO, PANTELLERIA

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[Fonte:
bta.it]
Raffigurazione di Messina durante la rivolta del 1674-78

STORIA

36a) Con la 36° eclissi, 22 dicembre 1870 (204 anni dalla precedente), giungiamo alla fine del lungo viaggio che ci ha portato tra le totalità solari siciliane degli ultimi 4 millenni.
Il primo grande fatto storico siciliano dopo il 1666 fu un evento geologico ossia l\’eruzione (con annesso forte sisma) etnea del \’69 che annientò paesi come Nicolosi, Belpasso, San Giovanni Galerno, Misterbianco e parte di Catania danneggiando gravemente Trecastagni, Pedara, Mascalucia e Gravina, da quell\’evento si formarono i Monti Rossi. Ma la situazione isolana era difficile sotto ogni punto di vista; gli attacchi dei pirati continuavano tanto che il viceré Claude Lamoral principe di Ligny che governò la regione nella prima metà degli anni 70 si spese molto per le difese costiere ma l\’isola era turbata pure da violente sommosse soprattutto per l\’elevata pressione fiscale. Anche la circostanza che il Parlamento palermitano non veniva più convocato con regolarità causò molti malumori tra l\’aristocrazia ma fu soprattutto Messina, che era uno dei principali porti commerciali e militari del Mediterraneo, a creare i maggiori problemi agli spagnoli; infatti anche a causa delle pressioni venute da una invidiosa Palermo con il passare degli anni la città dello stretto aveva visto diminuire (nonostante da tempo gli spagnoli le avevano permesso l\’istituzione di un Senato cittadino) alcuni privileggi e prerogative economiche, fiscali e amministrative che nel corso del tempo le erano state concesse. In realtà la città dello stretto, che tra l\’altro aveva il diritto in caso di necessità come durante le carestie di sequestrare il grano che arrivava al porto, e Palermo erano sedi dei viceré e annessi uffici centrali dello stato a rotazione per tre anni ciascuna ma di fatto spesso questa alternanza non veniva rispettata favorendo Palermo anche se a causa di ragioni militari e politiche  spesso i viceré risiedevano a Messina per lunghi periodi. Ma soprattutto, in un contesto in cui la Spagna dimostrava incapacità di equilibrio tra gli interessi baronali del palermitano e quelli delle classi mercantini dello stretto, la città ionica non si era vista riconoscere le richieste di condividere il ruolo di capitale siciliana si ribellò contro le istituzioni governative. In realtà tutto ebbe iniziò a marzo del \’72 con lo stratega della città Luis dell’Hojo che nei suoi due anni di governo aveva sempre cercato, per tenere saldo il potere, di trescare tra le divisioni che contrapponevano il popolo e i nobili e in particolare le due fazioni principali della città i Merli e i Malvizzi. E\’ difficile indicare la componente socio-economica di questi due gruppi anche perché spesso si confondeva e molti messinesi passarono da un gruppo all\’altro ma in generale
i Merli erano bottegai, artigiani e in generale lavoratori dipendenti come qualche impiegato regio, ma anche diversi dottori e laureati senza un lavoro oltre che immigrati da poco in città, piccoli mercanti e qualche famiglia ricca e persino alcuni nobili mentre i Malvizzi erano soprattutto aristocratici, iscritti alla mastra giuratoria e familiari, alcuni artigiani e il clero e i loro ordini. Diciamo che in termini moderni i Merli erano un proletariato o sottoproletariato strumentalizzato e piccola borghesia mentre i Malvizzi (il cui gruppo più avanzato si raccoglieva intorno alla società segreta "La Setta" e che auspicava l\’indipendenza di Messina e la sua costituzione in repubblica) si potevano definire una borghesia medio e alta con o senza feudi ma come abbiamo detto sopra i due gruppi erano molto fluidi tanto che tra i Merli troviamo esponenti dell\’aristocrazia mercantile e feudale. E\’ certo però che almeno all\’inizio tra i Merli troviamo appartenenti ai Consoli delle Arti mentre gli aristocratici e la borghesia si distribuiva in base a logiche più clientelari, particolaristiche e familiari piuttosto che vere e proprie ragioni economiche. Ma torniamo alla rivolta del \’72. In quel mese di marzo dopo molti anni di carestie e pestilenze ci fu un tumulto cittadino per il pane e anche se ben presto Hojo riuscì a calmare la sedizione immediatamente dopo ne esplose un\’altra in questi episodi il popolo affamato, con in testa i bottegai che avevano chiuso i negozi spesso vuoti, si sollevò distruggendo le abitazioni di alcuni giuristi e, successivamente, incendiando diverse case di famiglie aristocratiche. Durante la rivolta, conflagrata anche perché lo stratigoto aveva ridimensionato i privilegi di cui godeva la città, furono anche liberati i detenuti, vennero sequestrati l\’arcivescovo e lo stesso stratigoto chiedendo loro l\’abolizione della tassa sul frumento e la partecipazione di tutti i cittadini alla giustizia. In realtà questa prima ribellione che fu organizzata, o almeno sfruttata, dai Merli e che voleva restare nell\’alveolo del potere spagnolo scatenando però la città contro i patrizi e il loro dominio sul commercio del frumento si spense quell\’anno stesso grazie all\’intervento del viceré Ligny che si mosse alla volta di Messina con delle navi cariche di militari ma anche di una grossa quantità di frumento cacciando lo stratega e calmando la situazione (tra l\’altro nei mesi successivi il vice del sovrano dovette occuparsi anche delle rivolte scoppiate in altre zone siciliane e in particolare a Trapani e Corleone). Ma due anni dopo, a luglio del \’74, arrivò la risposta dei Malvizzi che scatenarono una vera sommossa cittadina che iniziò con l\’eliminazione fisica di alcuni leader dei Merli; così in preda all\’anarchia con le due fazioni che si scatenavano l\’una contro l\’altra la città rimase isolata senza l\’appoggio degli altri centri in particolare di Palermo che non voleva dividere il suo ruolo con la concorrente. L\’aristocrazia messinese che da tempo aspirava ad essere la classe dirigente di una città capitale ma che non aveva visto soddisfatta questa richiesta finì per dichiarare l\’indipendenza dalla Spagna sperando di diventare una specie di repubblica marinara come Venezia e Genova ma alla fine trovandosi isolata dal resto della Sicilia chiese aiuto al re francese Luigi XIV, il Re Sole, che aspirando a sostituire la Francia alla Spagna nel controllo del Mediterraneo inviò l\’ammiraglio duca di Vivonne, Louis Victor de Rochechouart de Mortemartmise. Del resto in quegli anni i due paesi erano in guerra per la conquiste dei futuri Paesi Bassi ("Guerra d\’Olanda") e in generale il dominio d\’Europa, la Sicilia centro del Mediterraneo s\’inseriva in quella logica di potere. Il duca francese guidò una flotta che tra le isole Eolie si scontrò con le navi spagnole riuscendo sconfiggendole e riuscendo così ad entrare in città che l\’accolse con tutti gli onori (il Senato gli giurò fedeltà) e mettendosi sotto protezione dei francesi, i messinesi s\’illudevano che in quel modo tutta l\’isola si sarebbe ribellata agli spagnoli. In realtà a causa del fallimento dei moti palermitani degli anni 40, del mancato appoggio dei messinesi ad altre rivolte del passato esplose nel resto dell\’isola, dell\’ennesimo focolaio di peste del \’56 che indebolì ulteriormente gli isolani, delle caratteristiche particolaristiche e cittadine (con annessa competezione con la capitale vicereale) della rivolta nonché l\’antico odio dei siciliani nei confronti della Francia Messina rimase sola e anzi gli altri siciliani considerarono nemici i Francesi preferendo, pur non amandoli, gli Spagnoli e la stessa Palermo che nel \’77 si era in parte ribellata lo fece contro Messina e a favore del re con un programma che si basava su una monarchia parlamentare di tipo inglese legata al vecchio Parlamento siciliano quando in realtà la città dello stretto continuava ad evocare concetti come Senato romano, capitale, distretto, privileggi cittadini. Di fatto Messina per tenere stretti i milioni di scudi che le entravano dal monopolio della seta si rifiutò di fare fronte comune con Palermo e Catania (le cosiddette "Tre Sorelle" come in documenti ufficiali venivano indicate nei secoli precedenti le principali città dell\’isola) del resto la Sicilia era troppo lontana da Parigi e, nonostante le vittorie navali che da Augusta a Palermo la Francia stava riportando contro la flotta iberico-olandese, aveva poche navi e senza l\’appoggio locale non poteva sperare di conquistarla. In fondo le gelosie di campanilistiche di Messina e Palermo si spiegano in un contesto in cui l\’area mediterranea aveva perso il suo ruolo centrale nella realtà economica-politica europea che ormai (ma lo abbiamo già scritto) aveva il suo perno nell\’Europa atlantica e settentrionale. In questa nuova realtà di periferica l\’isola soffriva anche del continuo drenaggio di denaro dalle tasche dei siciliani all\’erario di Madrid per cui in un contestato generale di calo del commercio della seta e dei cereali le classi baronali e mercantili erano legatissime ai privilegi di cui godevano e quindi alle entrate che percepivano grazie anche alla tela di gabelle e d\’imposte indirette che pesava su tutto il sistema di produzione, esportazione e consumo dei centri isolani tanto che le due città, ma anche le altre dell\’isola, tentavano disperatamente di tenere in vita le loro autonomie municipali per garantire quell\’afflusso di denaro che poi andava solo nelle tasche di pochi. Tutto ciò senza considerare che fu ostile a Messina pure la stessa campagna limitrofa e le cittadine più vicine anche per il monopolio del commercio della seta (ottenuto negli anni 60 durante il viceregno di Francesco Caetani duca di Sermoneta costretto a concederlo durante un tumulto cittadino e del resto sotto il suo stesso governo la città riuscì a eliminare anche una delle due dogane regie ma se il monopolio sulla seta fu eliminato questo seconda decisione non fu più revocata), i privileggi fiscali e in generale il controllo che il principale centro ionico aveva sui territori circostanti e una fetta di Calabria. Tra l\’altro in quegli anni il dominio francese sulla città fu durissimo con vere e prori abusi contro i messinesi tanto che tra il \’77 e il \’78 scoppiarono sommosse antifrancesi. Ma la fine di ogni illusione d\’indipendenza da Madrid arrivò nel 1678 quando le due potenze, che in Sicilia in quei quattro anni si erano combattute sia in mare che a terra (città come Taormina, Scaletta e Savoca furono occupate dai francesi mentre solo il comune di Forza d\’Agrò sullo Ionio si era alleato sin da subito con l\’arrivo dei francese), firmarono la pace di Nimega sul conflitto olandese dove si accordarono anche per il problema siciliano. Messina fu abbandonata al proprio destino provocando una ulteriore lacerazione tra gli insorti, quello stesso anno senza più la flotta francese a proteggere la città gli Spagnoli riuscirono a riprenderla dopo una cruenta battaglia; la punizione fu durissima dichiarando Messina "morta civilmente" e anche se non la distrussero, distrussero il palazzo comunale, bruciarono il palazzo del Senato (organo tradizionalmente ostile alle autorità reggie e fortemente autonomistico rispetto al potere centrale) spargendoci sopra il sale costruendo al suo posto la statua del re Carlo II (nell\’atto di schiacciare l\’idra della rivoluzione) e politicamente sostituito da una magistratura di nomina reale, fu confiscato il patrimonio urbano, le furono tolte tutte le prerogative declassando il governo cittadino tant\’è che i suoi componenti non ebbero più il titolo di senatori, vennero inasprite le tasse e iniziò la costruzione di una cittadella militare per controllare il centro e fu persino rotta la campana del Duomo che serviva a richiamare i cittadini in caso di comizi in Parlamento o arruolamento, abrogarono la carica di stratigòto che tra le sue importanti funzioni c\’era quella di rendere esecutive le leggi del regno, togliendole in definitiva ogni autonomia di cui aveva goduto, spostarono la sede della zecca a Palermo e soprattutto chiusero la sua Università (sarà riaperta solo nel 1838 dal re Ferdinando II) trasferendo il suo archivio nella capitale isolana mentre i rivoltosi furono perseguitati, giustiziati (molti fuggirono) e i loro beni dati a chi era rimasto fedele a Madrid e così la Sicilia perse definitivamente una delle due teste della struttura duale del suo potere interno perché da quell\’episodio Messina non si riprese più. Alle altre città che combatterono contro i francesi furono concessi dei privileggi, fu ad esempio il caso di Fiumendisi che divenne sede di una zecca. Ma in Sicilia era pesante anche il clima religioso; in quegli anni continuava ad operare senza sosta la Controriforma che se artisticamente si esprimeva con splendidi edifici Barocchi dall\’altro continuava a condannare al rogo decine di oppositori o presunti tale soffocando ogni voce contraria. Nel frattempo nell\’ultima parte del secolo proseguì la fondazione di nuovi comuni agricoli collinari anche con lo scopo di estendere i terreni coltivati a grano; in quel processo la Sicilia raggiunse un assetto socio-economico, del feudo con economia basata sul grano e popolazione feudale o comunque delle zone agricole latifondiste, che sarebbe durato fino alla prima metà del XX secolo. Del resto soprattutto durante il regno di Filippo IV (1605-1665 ) baroni, conti e principi avevano visto ampliare notevolmente i loro poteri nella sfera giurisdizionale isolana, dinamica che contribuì ulteriormente al fenomeno già visto con la licentia populandi ossia la "colonizzazione feudale" o rifeudalizzazione del territorio: se da un lato molte piccole famiglie nobiliari che vivevano solo di rendita iniziarono a impoverirsi (per tale motivo visto che i feudi erano sempre patrimonio demaniale e come tale non potevano essere pignorati fu creata la "Deputazione degli Stati", organo che aveva il compito di gestire il patrimonio di questi feudatari pesantemente indebitati) dall\’altra la grande aristocrazia divenne sempre più ricca tant\’è che i più facoltosi titolati acquisirono il titolo di principe. Si trattava soprattutto di quei grandi latifondisti che nelle loro terre facevano coltivare grano buona parte del quale veniva venduto all\’estero, del resto a quei tempi il frumento era un bene più strategico dell\’attuale petrolio e chi lo produce in grosse quantità come i potenti proprietari terrieri siciliani aveva un grandissimo potere, così come oggi l\’Occidente non può non tenere conto dei grandi petrolieri sauditi la Spagna dell\’epoca non poteva non considerare i grandi latifondisti dell\’isola. In quei decenni continuò anche il processo di "italianizzazione" della lingua con la diffusione, soprattutto tra gli intellettuali, del volgare italiano toscaneggiante a scapito del siciliano e anche sul piano religioso e scientifico-artistico vi fu un processo di progressivo avvicinamento dell\’intellighenzia isolana a quella della penisola. Eppure prima che il XVII giungesse al termine la Sicilia doveva subire la prova più dura; nel gennaio 1693 due violenti sismi, di cui uno di magnitudo 7,4° Richter (il più violento mai registrato in Italia) seguito da alcuni tsunami, risucchiarono una grossa fetta della Sicilia Sud-Orientale causando morti e distruzioni dal messinese al siracusano; Catania fu rasa al suolo così come vennero annientate o gravemente danneggiate decine di altre città come Ragusa, Siracusa, Lentini, Augusta, Modica, Scicli, Palazzo Acreide, Nicolosi, Noto, Pedara etc… Le vittime furono più di 60 mila, circa il 5% dell’intera popolazione dell’isola, e la stessa Catania perse sotto le macerie due terzi dei suoi abitanti. Ma da quell\’immane tragedia (il sisma diede lo spunto per molti studi diventando così il primo esempio nel corso della storia umana di approccio scientifico all\’analisi di un terremoto) scaturì un\’imponente opera di ricostruzione che durò un trentennio e che in una prima fase fu affidata al viceré con pieni poteri Giuseppe Lanza duca di Camastra; città come Noto e la stessa Catania furono rimesse in piedi e arricchite di splendidi edifici barocchi come la cattedrale catanese di Sant\’Agata ricostruita secondo quello stile e sorsero chiese come il duomo di San Giorgio a Modica. Molte città come appunto Noto o Avola furono costruite più a valle, qui non avevano più le strette e tortuose stradine medioevali ma viali spaziosi e regolari; qui in genere le famiglie nobiliari occupavano le zone più alte e, in estate, fresche del comune mentre la Chiesa a simboleggiare il suo potere era posta al centro con le classi più povere che edificavano le loro casupole in mattoni in zone periferiche. Quelli furono anche gli anni dei palermitani Giovanni Battista Vaccarini, di cui ricordiamo l\’obelisco con elefante in pietra lavica a Catania o la stessa facciata della Cattedrale di Sant\’Agata. Quell\’evento spinse a nuovi principi urbanistici; Noto, Caltagirone, Catania, Modica, Ragusa (qui nel 1739 sorse il duomo di San Giorgio), Palazzolo, Scicli etc etc…furono ricostruite seguendo criteri razionali con ampie strade, ad esempio a Catania a fine \’600 cominciarono i lavori per Via Etnea dove all\’inizio della strada venne collocata Porta Uzeda. In particolare Noto fu l\’esempio più importante di questa rinascita artistica e urbanistica isolana, così importante da diventare la capitale mondiale del Barocco; ricostruita otto chilometri più a valle fu oggetto d\’intervento da parte di numerosi studiosi, artisti e architetti che costruirono splendidi palazzi e chiese come quella di San Carlo Borromeo al Corso e di San Domenico. Con il sisma, e il suo bisogno di ricostruzione, architetti e in genere artisti locali e non siciliani trovarono, soprattutto nella parte Est dell\’isola, un grande ventaglio di opportunità; l\’evento geologico diede un fortissimo impulso al barocco (introdotto in Sicilia dall\’architetto modenese Guarino Guarini che negli anni \’60 soggiornò a Messina) con un suo stile siciliano caratterizzato da esuberanza decorativa, scenografica e cromatica, uno stile che solo a fine \’700 sarà sostituito dalla nuova tendenza artistica, quella neoclassica, italiana ed europea. Ciò fu possibile grazie al fatto che in Sicilia l\’aristocrazia oltre ad avere grandi risorse aveva anche una enorme mole di manodopera che utilizzò in abbondanza per la ricostruzione e dare prestigio alla propria famiglia; anche la ricchissima Chiesa siciliana, piena di cadetti aristocratici le cui famiglie versavano molti denari, contribuì a questa "gara" all\’elevazione di palazzi, monasteri e in generale opere architettoniche di grande fasto. Lo stesso viceré che stava sei mesi a Palermo e altrettanti a Catania nei suoi continui spostamenti portava con sé numerosi membri di famiglie nobiliari che così avevano doppie abitazioni e che con il sisma furono presi da un\’orgia febbrile di edificazione, ricostruiti i palazzi del catanesi dovevano essere ripresi anche quelli palermitani per non apparire meno moderni e ricchi dei primi nuovi di zecca. Del resto nella prima metà del \’700 si diffuse tra le grandi famiglie aristocratiche siciliane l\’abitudine della villeggiatura estiva e comunque della seconda casa anche solo per divertimento o simbolo di appartenenza sociale e così sorsero ville monumentali spesso in città secondarie della Sicilia vicino a quelle principali (ad esempio Bagheria con Palermo) come quella di Valguarnera, Villa Cattolica o di Palagonia a Bagheria, Villa Cerami a Catania mentre a Palermo, dove tra l\’altro operava Giacomo Serpotta (tra le sue opere ricordiamo gli stucchi presso la Chiesa di Sant\’Agostino), furono edificate Villa Niscemi e Villa Trabia. Dunque se nel \’600 la dinamica abitativa isolana era stata determinata soprattutto dalla fondazione di nuovi centri di fatto a partire dalla fine del secolo sarà incentrata nella ricostruzione di quelli distrutti dal sisma o il loro spostamento verso valle oltre che dallo sdoppiamento di quelli in quota con la nascita di loro frazioni (e quindi non enti amministrativi autonomi) lungo le coste e la nascita di ville estive con annesse masserie nelle zone periferiche delle città soprattutto di Palermo. Ma nonostante tutto durante il \’600 era continuato il regresso sociale dell\’isola: infatti se tra il XV e il XVI la Sicilia aveva rafforzato le strutture sociali cittadine grazie alla crescita dei ceti commercianti e dei funzionari che si erano affiancati alla nobiltà, tra la seconda parte del \’500 e il XVII secolo accadde (lo abbiamo scritto sopra) l\’esatto opposto con consequenziale neo-feudalizzazione della società a favore dei baroni che però se da un lato ottennero più feudi e privilegi vessando sempre di più le classi subalterne dall\’altro persero gran parte del loro potere politico a favore del centralismo reale che aveva sede a Madrid. Anche se in una fase di stagnazione demografica il periodo tra il \’600 e il \’700 vide una più capillare distribuzione della popolazione e un flusso migratorio dalle zone montane a quelle basso-collinari e delle pianure costiere, come quella catanese, non afflitte dalla malaria. Con l\’ingresso del nuovo secolo vi fu anche un importante cambio dinastico; nel 1700 morì senza eredi l\’ultimo re asburgico spagnolo, Carlo II e non avendo figli nel testamento aveva lasciato il regno a Filippo V nipote del borbonico re francese Luigi XIV perché la moglie di quest\’ultimo Maria Teresa era anche sorellastra di Carlo. Con questa discendenza Filippo divenne il primo re Borbone di Spagna e del resto i Borboni Iberici erano un ramo dei Borboni francesi che dalla fine del ‘500 regnavano a Parigi. Nonostante quella parentela tra le due famiglie reali il testamento di Carlo II scatenò la "Guerra di Successione Spagnola" in quanto la Corona era rivendicata anche dall\’Impero asburgico d\’Austria perché come sappiamo Vienna (che continuava a controllare pure i territori tedeschi) l\’aveva detenuta fino alla metà del ‘600. Così il 1713-14, dopo un aspro conflitto combattuto in varie regioni del Vecchio Continente, si arrivò alla pace di Utrecht e quella di Rastadt che tra le tante decisioni (si riconobbe al ramo spagnolo dei Borboni di Filippo V la sovranità sulla Spagna) ci fu quella che attribuì l\’isola di Sicilia e le isole minori che la circondano al duca di Savoia Vittorio Amedeo II (così l\’isola si separava ancora una volta dal resto dell\’Italia peninsulare) il quale in realtà avrebbe preferito, visto la continuità territoriale, il vicino milanese che però l\’Austria non avrebbe mai ceduto. Quella cessione al Piemonte fu voluta soprattutto dall\’Inghilterra che ora che controllava Gibilterra e Minora era diventata una grande potenza del Mediterraneo e quindi voleva indebolire la Francia in questo mare. In fondo quel cambiò non doveva dispiacere nemmeno tanto al Savoia visto che l\’isola gli offriva il titolo regale e così, come ai tempi del dominio aragonese, la Sicilia venne riconosciuta con dignità e titolo di Regno (distinta dunque dal resto dei possedimenti dei Savoia ossia in semplice unione personale sotto quel sovrano); così Carlo, che aveva anche i titoli teorici di re di Gerusalemme, Cipro e Cilicia, si fece incoronare nella cattedrale di Palermo dove però rimase solo alcuni mesi per poi tornare in Piemonte nonostante che qui avesse solo il titolo ducale. In fondo la Sicilia non era sicura perché Torino non aveva forze navali sufficienti per proteggerla da nuove invasioni ma prima di andare via il nuovo sovrano portò con sé importanti uomini di cultura e ingegno isolani come l\’architetto e scenografo messinese Filippo Juvara, uno dei più grandi esponenti del Barocco che tra le tante opere da lui realizzate ricordiamo la basilica piemontese di Superga. In realtà gli spagnoli non avevano rinunciato definitivamente alla Sicilia perché l\’accordo prevedeva anche che l\’isola sarebbe stata mantenuta come feudo di Madrid, cioè una volta estinto il ramo maschile dei Savoia sarebbe tornata alla corona iberica. Intanto il nuovo sovrano, divenuto anche re di Cipro e Gerusalemme e che nominò come viceré siciliano il conte Annibale Maffei (rimase in carica dal ’13 al ’18), fu ben accetto dagli isolani, che allora erano quasi 1 milione e 140 mila, perché riconobbe le autonomie e gli statuti delle città, alla stessa Messina furono restituiti gli antichi privilegi scippattegli nel \’78 facendone anche un porto franco, nonché le prerogative dei corpi intermedi come quello nobiliare. Carlo però cercò pure di combattere il brigantaggio che infestava le campagne dell\’isola, eliminò le frodi alle dogane, introdusse i dazi per le tratte del grano, tentò di migliorare l\’amministrazione riducendone la corruzione e riformare le finanze, potenziò l\’Università di Catania, la flotta mercantile e militare rafforzando le difese dell’isola soprattutto in previsione di un’invasione austriaca. Nonostante tutti gli sforzi fatti per migliorare la situazione una parte dei siciliani restò filo-spagnola, del resto non furono risolti i problemi della mala-amministrazione mentre il re fu fortemente osteggiato dal baronaggio che non apprezzava i tentativi di ammodernare e rendere meno corrotta la macchina pubblica senza considerare che il sovrano ripristinò delle leggi che andavano contro gli interessi dei grandi possidenti come quelle che rendevano nuovamente responsabili i proprietari terrieri dei delitti che si verificavano nei loro territori e li costringevano a pagare i debitori. Ma il più pericoloso nemico dei Savoia si rivelò la Chiesa siciliana che voleva riportare l\’isola sotto il dominio di Spagna; lo stesso papa Clemente XI continuava a considerare la regione un suo feudo anche se ormai non lo era più (rispetto ai diritti ecclesiastici il posto della Sicilia era stato preso dalla Sardegna) e non voleva riconoscere al nuovo re le prerogative della legazia ecclesiastica. Il pontefice contrastava Vittorio Amedeo anche per la sua politica a favore della Chiesa Valdese ma fu soprattutto una questione ridicola di lana caprina a provocare la rottura definitiva; si trattava della "controversia liparitana" in riferimento alla tassabilità dei beni posseduti dal clero nell\’isola di Lipari e che nello specifico si riferiva ad una piccola quantità di ceci di proprietà ecclesiastica su cui lo Stato sabaudo aveva imposto una tassa. Quella assurda vicenda che in un altro momento non sarebbe nemmeno passata alle cronache dell\’epoca in un contesto di così pesante contrapposizione portò alla rottura definitiva tra Torino e il papa che prima chiese al sovrano di sottomettersi e poi gli lanciò un interdetto con consequenziale annullamento dello stesso da parte del Tribunale regio a cui il papa rispose, siamo nel \’13, con atto di soppressione del tribunale medesimo inoltre Clemente ordinò al clero isolano di non pagare al sovrano la tassa delle crociate (ormai terminate molto tempo prima) che da secoli veniva riscossa dai monarchi per finanziare le guerre cristiane in Medio Oriente. Quello stesso anno Vittorio Amedeo reagì duramente perseguitando e costringendo all’esilio quella parte del clero che seguì gli ordini pontifici pubblicando la bolla papale nelle loro diocesi (furono espulsi i vescovi di Catania e Girgenti nonché l\’arcivescovo di Messina). Questa situazione provocò una spaccatura all’interno della Chiesa siciliana ma l\’isola era troppo lontana per il piccolo regno piemontese e nel ‘18 le truppe spagnole guidate dal generale Alberon approfittarono di quello scontro tra Stato e Vaticano per invadere l\’isola. Il Piemonte si alleò allora con l\’Austria in guerra con la Spagna la quale aveva invaso la Sardegna sotto il dominio viennese ma nel frattempo gli spagnoli occuparono Palermo e in poche settimane cadde tutta l’isola mentre Messina grata ai Savoia per averle concesse gli antichi privilegi resistette per un paio di mesi. In realtà a quel punto le cose iniziarono a mettersi male per Madrid; nell\’estate di quell\’anno si formò una coalizione antispagnola con l\’Austria, la Francia, il Regno Unito e poco dopo l\’Olanda, "Quadruplice alleanza", da cui scaturì la “Guerra della Quadruplice Alleanza”, per impedire che lo stato iberico potesse cingere anche la corona di Francia ed espandersi ulteriormente nel Mediterraneo. Ad agosto Londra per contenere la Spagna e salvare i suoi traffici marittimi inviò una flotta militare nelle acque siciliane dove gli iberici, nella zona di Capo Passero, subirono una dura sconfitta navale indebolendoli sia sulla nostra isola che in Sardegna mentre in autunno si aggiunsero alle forze inglesi anche quelle austriache che si scontrarono con la potenza madrilena sia sul mare intorno l\’isola che in Sicilia. Il conflitto continuò anche nel \’19 e la guerra che in realtà era scoppiata per altri interessi geo-strategici ben più importanti del controllo dell’isola si era estesa ad altri paesi europei e le loro colonie americane dove c\’erano in gioco il controllo di vasti territori con le loro immense ricchezze naturali. Quello stesso anno l’Austria che con i Savoia si era messa d’accordo per la cessione dell’isola in cambio della Sardegna a Torino respinse gradualmente gli spagnoli dalla Sicilia anche se gli costò molti soldati come quando a giugno nella zona di Francavilla le truppe spagnole riuscirono a fermare gli austriaci che persero circa 6 mila militari. Nonostante tutto i Borboni furono cacciati del tutto all’inizio nel 1720 quando l\’Austria, sotto l\’Imperatore Carlo VI d\’Asburgo (futuro IV di Sicilia e VI di Napoli che già controllava) e Imperatore del Sacro Romano Impero tedesco, la riconquistò, insieme alle isole minori, anche grazie all\’aiuto della flotta inglese che diede battaglia alle navi spagnole in diverse zone lungo le coste isolane. Quell’anno il "Trattato dell\’Aia" e la "Convenzione di Palermo" sancirono la fine delle ostilità sull\’isola e il suo passaggio di proprietà ma anche la definitiva presenza nel Mar Mediterraneo della flotta inglese. I Savoia non cedettero la Sicilia, che come abbiamo visto tornò a essere sotto la stessa testa coronata dell\’Italia peninsulare, con entusiasmo perché dovettero rinunciare a una regione importante e con più di un milione di abitanti per un’altra, la Sardegna, povera e spopolata ma l’isola più grande del Mediterraneo era troppo lontana per essere difesa da Torino, del resto solo nel 1723 i monarchi piemontesi cedettero anche formalmente ogni diritto sulla corona siciliana e quelle annesse, Cipro e Gerusalemme. Come sotto gli Spagnoli e i Savoia l\’amministrazione dell\’isola fu affidata a dei viceré ma gli Austriaci si limitarono più che altro ad un\’ordinaria amministrazione appesantendo però il carico fiscale, del resto siciliani non amavano quei nuovi dominatori di cui non capivano nemmeno la lingua ed era soprattutto la classe aristocratica a non apprezzare gli austriaci tant\’è che molti dei suoi appartenenti si trasferirono in Piemonte e soprattutto in Spagna anche perché Vienna avendo ottenuto l\’isola per diritto di conquista non si sentì in dovere di rispettare i privilegi di cui godevano i baroni dal periodo aragonese. Lo stesso primo viceré austriaco, Niccolò Pignatelli di Terranova, ricevette giuramento di fedeltà dal regno siciliano ma non fece altrettanto a garanzia dei privilegi dell\’isola anche se alla fine si accordò garantendoli ma solo per "nuova grazia" da parte dell\’imperatore e condizionati dal comportamento che avrebbero tenuto gli isolani. In realtà il nuovo viceré (siciliano) era stato scelto per la sua vicinanza alla classe nobiliare isolana nella speranza di riuscire ad attirare le simpatie baronali verso gli austriaci ma nel 1722 Pignatelli accusato di favorire persone a lui vicine causando un vero conflitto con la nobiltà locale fu costretto alle dimissioni. Del resto Carlo aspirava al trono spagnolo e quindi si guardò bene, come del resto aveva fatto Torino, dal toccare l\’organo d\’Inquisizione isolano e anzi creò, come a Madrid, una Inquisizione generale a Vienna che però aveva giurisdizione solo in Sicilia e che inviò a Palermo degli membri che erano sì filo-austriaci ma allo stesso tempo erano spagnoli e soprattutto diedero esecuzioni alle sentenze emanate al tempo dell\’inquisizione siciliana sotto il domino ibericoo rilasciando così i condannati, le cui esecuzioni erano state sospese molti anni prima a causa della fine del dominio iberico sull\’isola, alla giustizia statale. In questo modo nel \’24, dopo tanti anni di silenzio, furono celebrati di nuovo gli autodafé e accesi i fuochi del rogo (e lo stesso avvenne nel \’31), quegli stessi roghi che la Spagna che voleva far dimenticare l\’incubo del periodo di Torquemada non accendeva più in Sicilia dal 1658. I futuri Borboni pur abrogando l\’inquisizione solo dopo molti decenni si guarderanno bene da riaccendere quelle fiamme. A Pignatelli successe lo spagnolo Joaquín Fernández Portocarrero che rimase in carica fino al 1728; questi riorganizzò la macchina amministrativa e cercò di risolvere al meglio alcuni problemi che da secoli affliggevano l\’isola come le incursioni piratesche e la corruzione diffusa e cercò anche di bilanciare i tentativi di rendere fedele la classe baronale con la lotta al loro strapotere nella società isolana. Pigantelli dovette affronatare anche il più dannoso sisma che storicamente, almeno dal Medio Evo, ha colpito Palermo, quello del 1° settembre 1726 d\’intesità pari a 5,6° Richter che causò circa 250 morti e diversi crolli. La stagnazione demografica siciliana (1 milione e 20 mila nel 1583 contro 1 milione e 142 mila nel 1714) era conseguenza della ripresa delle pestilenze e carestie, la guerra di Messina del 1674-78, il terremoto del 1693 e  il conflitto per la conquista dell\’isola tra il 1718-19. Da allora e in particolare dagli anni 30 inizia una nuova fase espansiva grazie anche alla fine delle grandi crisi sanitarie e alimentari (l\’ultima sarà quella del 1709-10), nella seconda metà del secolo Palermo, sempre la città più popolosa, conterà 143 mila abitanti mentre dopo la rivolta Messina crollerà dai 90 mila ai 60 mila cittadini. Tornando ai viceré austriaci l\’ultimo sarà Cristoforo Fernández de Cordova che rimase fino all\’arrivo dei nuovi dominatori e governò non godendo dello stesso periodo di relativa calma del suo predecessore. Sotto gli austriaci Messina fu dichiarata porto franco mentre si cercò di dare fiato all\’industria della seta e alla produzione cerealicola isolana che soffriva la concorrenza delle regioni danubiane senza però riuscirci. Nell\’estate del 1734 durante la "Guerra di Successione Polacca" vi fu il nuovo passaggio di dominio della Sicilia: infatti quell\’anno in alleanza con la Francia Carlo di Borbone duca di Parma e Piacenza e figlio secondogenito di Filippo V di Spagna (quindi non poteva ereditare il regno iberico e dunque il padre voleva dare al figlio il regno perduto nell\’Italia del Sud) al seguito del comandante José Carrillo de Albornoz conte di Montemar strappò, dopo avere preso Napoli e l\’Italia peninsulare, la Sicilia a Vienna (che a sua volta era alleata con i Savoia) di Carlo VI grazie anche all\’appoggio degli stessi siciliani ma contro la volontà della Chiesa che, nonostante i non idiliaci rapporti con gli Austriaci, si rifiutò di riconoscere quel nuovo passaggio di potere, lo farà solo quattro anni dopo avere ricomposto la spinosa questione con il sovrano meridionale. Il dissidio con Clemente XII nasceva dal fatto che in virtù del lontano Trattato di Menfi del 1059 con cui Nicolò II aveva riconosciuto a Roberto d\’Altavilla il dominio dell\’Italia meridionale e di Sicilia il pontefice si sentiva ancora l\’unico sovrano ad avere il diritto legittimo a investire i re di Napoli e di Sicilia e quindi non poteva accettare che quella legittimazione a Carlo, illegale per la Chiesa, fosse arrivata da suo padre il re Spagnolo. Intanto durante il conflitto il viceré austriaco era stato costretto a rifugiarsi nella piazzaforte di Siracusa mentre Vienna aveva nominato in fretta e furia un nuovo successore, il marchese Giuseppe Rubi, che però non era mai riuscito ad arrivare sulle coste siciliane. L\’anno successivo Carlo (con il numerale di V in Sicilia e VII a Napoli a cui però rinunciò ad entrambi appena incoronato per sottolineare una forte discontinuità con i sovrani precedenti che regnarono da un trono straniero) si fece incoronare a Palermo e fu sovrano di un nuovo stato meridionale che sarebbe diventato la più potente realtà politica della penisola; si trattava del "Regno di Napoli e del Regno di Sicilia" o delle "Due Sicilie", uniti sotto la sua persona, che comprendevano, oltre alle isole Maltesi e tutte le isole minori del meridione, anche il piccolo Stato dei Presidi (la zona toscana dell\’Argentario e di Orbetello), l\’Abruzzo, la parte meridionale del Lazio e alcuni suoi territori più orientali e tutto il Sud rimanendo fino al 1738 duca di Parma e Piacenza quando quello stesso anno le altre potenze europee riconobbero definitivamente il nuovo regno con il "Trattato di Vienna" che pose fine alla Guerra di Successione Polacca. Lo stesso padre di Carlo, Filippo V di Spagna, che aveva deciso che la corona siciliana andasse al figlio, proclamò l\’indipendenza del regno meridionale anche se legato dinasticamente ai Borboni di Spagna, del resto come Carlo fu il primo re Borbone del meridione italiano allo stesso tempo il padre Filippo era il primo sovrano Borbone di Spagna fatto che tenne saldo il legame tra i due stati.

Fine prima parte, per la seconda parte
http://www.meteosicilia.it/it/modules.php?name=News&file=article&sid=350

Per leggere tutti gli altri articoli sulle eclissi solari siciliane:
http://www.meteosicilia.it/it/modules.php?name=News&file=article&sid=147

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