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Sicilia: tra storia ed eclissi solari totali,dal XVIII al XIX sec d. C.[4°p 34°]

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[Fonte: wikimedia.org]
Raffigurazione della rivoluzione del \’48 a Palermo

di Luca Rao, teosat@libero.it                             

       34° puntata

1870 AREA CENTRO SUD-EST, PANTELLERIA

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[Fonte: sapere.it]
Francesco II di Borbone, ultimo re del Regno delle due Sicilie 

STORIA

36d) Nel capito passato abbiamo chiuso con la reazione repressiva del governo borbonico contro una Sicilia sempre più anti-napoletana. Intanto nel \’38 la monarchia per porre un limite allo strapotere inglese nel controllo del settore zolfifero siciliano concluse un accordo con la compagnia francese Taix-Aycard che prevedeva che in cambio del controllo sulla materia prima la società nordalpina avrebbe costruito accanto al porto di Girgenti una raffineria di zolfo e una fabbrica per la produzione di alcuni prodotti ottenuti dalla lavorazione dello zolfo stesso oltre che l\’impegno ad addestrare lavoratori siciliani; con quella scelta i Borboni speravano di contrastare il predominio nel settore da parte di Londra iniziando anche ad esportare prodotti semilavorati che avrebbero potuto fare da incentivo per la nascita di una industria chimica (e successivamente manifatturiera) isolana. Ma il Regno Unito avendo troppi interessi in gioco per farsi scippare così facilmente quel settore, forte dell\’appoggio degli stessi gabellotti e proprietari terrieri siciliani interessati solo al loro tornaconto, iniziò una guerra commerciale con Parigi, del resto la scelta francese dei Borboni non cambiava la situazione di fondo limitandosi a sostituire un tipo di colonialismo, quello inglese, con un altro sempre straniero inoltre gli accordi con la compagnia gallica furono decisi a Napoli senza consultare i ceti sociali interessati in Sicilia. Il monarca napoletano era stato ingenuo a credere che bastasse una firma in calce per costringere da un giorno all\’altro una potenza come il Regno Unito a comprare lo zolfo da una società francese e infatti Londra reagì duramente minacciando la guerra a Napoli che di conseguenza cercò una sponda sia a Parigi che a Vienna. Per drammatizzare ulteriormente la questione il re si preparò l\’embargo navale contro gli inglesi e si trasferì temporaneamente in Sicilia controllando direttamente la situazione ma senza appoggi internazionali, solo in un\’isola che, dopo le violente repressione, lo detestava dovette fare marcia indietro revocando la concessione alla Taix-Aycard salvando il predominio inglese e costringendo l\’erario a sborsare migliaia di ducati risarcendo sia gli inglesi che i francesi.  Del resto ad indebolire Napoli ci fu anche una contestuale promulgazione di  leggi che prevedevano lo scioglimento delle promiscuità e la censuazione dei beni ecclesiastici, fattore che colpiva sia gli interessi dei settori liberali che quelli delle classi più parassitarie impedendo così un\’alleanza tra re e classi borghesi per porre le bassi di uno sviluppo industriale meridionale. Intanto nel ‘43 furono aboliti formalmente gli ultimi diritti baronali sulle terre (privativi e angarici) ma senza una reale riforma e redistribuzione delle terre tutto si tradusse in nuovi costi per i contadini che ad esempio non potevano più sfruttare per diritto le risorse che provenivano dalle foreste e terre incolte perché nella nuova concezione borghese dovevano pagare un canone che potevano in pochi, questa scelta alla fine scontentò tutte le classi costituendo un altro fattore dell\’indebolimento del sistema borbonico nell\’isola anche perché questa conflittualità del sistema finì per politicizzare larghi strati della popolazione, compresa quella borghese, che fino a quel momento non le erano stati. Anche il lembo più meridionale del regno subiva le attenzioni di Londra; infatti nel \’43 il re decise che Lampedusa e Linosa sarebbero diventate colonie agricole (nel \’45 Linosa) attribuendo l\’incarico al cavaliere Bernardo Maria Sanvinsente che con un bando pubblico incentivò l\’emigrazione con una paga fissa e l\’attribuzione di piccoli lotti di terreno, ad esempio a Linosa arrivarono alcune famiglie di artigiani provenienti da Pantelleria, Agrigento e Ustica. Era una risposta alla famiglia Tomasi che non avendoa avuto i fondi richiesti per mantenere e difendere le isole aveva avanzato la proposta al re di venderle agli inglesi (che in particolare a Lampedusa dalle guerre napoleoniche possedevano diversi terreni) desiderosi di farne una base navale; in quegli anni con l\’arrivo dei primi coloni furono costruite case, strade e altre opere pubbliche che diedero avvio definitivo agli attuali nuclei urbano isolani. Del resto come abbiamo scritto nel capitolo precedente alcune famiglie inglesi durante, o subito dopo, la presenza di Londra in Sicilia nel periodo napoleonico si erano trasferiti sull\’isola diventando importanti imprenditori; abbiamo parlato dei Whitaker ma vi furono altre dinastie inglesi come gli Ingham, che come i Whitaker erano diventati importanti produttori di Marsala e anche investirono nel commercio navale internazionale grandi commercianti. Ma anche se queste famiglie si stabilirono per sempre sull\’isola realizzando enormi fortune non arricchirono la Sicilia contribuendo semmai alla supremazia dei britannici. In effetti si è scritto che la situazione siciliana era comunque difficile nel suo complesso; la politica economica del regno era di tipo protezionistico perché mirava a proteggere le manifatture interne che essendo arretrate, legate a vecchi rapporti sociali e di produzione, non potevano reggere la concorrenza internazionale inoltre con la politica doganale prima della Sicilia veniva sempre Napoli, si salvavano in parte le industrie tessili di Messina e Catania ma ovunque i salari restavano bassissimi. Il settore agricolo dove restava predominante le proprietà rimaneva in mano all\’aristocrazia che difficilmente usava metodi moderni di lavorazione dei loro vasti latifondi dove predominava il pascolo e le colture agricole che tra l\’altro, grazie allo sviluppo dei commerci internazionali, finirono per subire la concorrenza anche del grano russo e quello turco con prezzi inferiori. E se nel Centro-Nord Italia e in molti paesi europei si creavano aziende agricole moderne introducendo nuovi sistemi di coltivazione e nuovi prodotti in Sicilia tutto restava legato al passato tanto che  ad esempio il mais e la patata che erano sempre più consumati non venivano considerati. Ovviamente ci furono delle novità e un certo sviluppo in colture come quelli della vite, l\’olivo e gli agrumi e dell’olivo ma, appunto, i maggiori produttori erano le famiglie inglesi. Del resto il commercio era quello tipico di un paese sottosviluppato: si esportavano in particolare materie prime non lavorate soprattutto sale marino, zolfo e prodotti agricoli come gli agrumi, l\’olio, la liquirizia, la manna, il vino e la seta grezza ma venivano importanti  prodotti finiti come il cuoio o il tessuti che quindi avevano prezzi superiori. Non possiamo dimenticare che il sottosviluppo isolano era prima di tutto culturale tanto che le università del regno avevano molte cattedre in materie come la filosofia o la teologia ma no ne avevano di settori legati alla industria come quelle d\’ingegneria. C\’erano sicuramente imprese in diversi settori ma restavano troppo piccole per superare i limiti cittadini o al massimo regionali e anche le società per azioni furono quasi assenti così come non esisteva un vero sistema creditizio tanto che le le Tavole di Palermo e Messina avevano solo funzioni legate al settore statale. In effetti se in Sicilia nel Medioevo c\’erano molti banchieri delle città marinare italiane che risiedevano in moli comuni con i Borboni furono gradualmente sostituiti dai capitalisti d\’oltralpe che si trovavano quasi solo a Palermo e Messina evitando le zone interne in cui però c\’era la maggior parte della produzione agricola lasciando quelle aree alla Chiesa. Del resto il sistema del credito era quasi monopolio delle istituzioni ecclesiastiche che oltre a praticare lo strozzinaggio (ossia l\’usura) gestiva il sistema caritatevole ed assistenziale con i Monti di pietà e frumentari. Eppure in questo marasma socio-economico i siciliani iniziarono a cercare una maggiore unità allontanandosi sempre di più dai Borboni e preparando così il terreno del ‘48, del resto anche i nuovi fermenti culturali isolani (fra i suoi maggiori esponenti ricordiamo i palermitani lo storico Michele Amari, il giurista e filosofo Emerico Amari o il poeta Giovanni Meli, alcuni dei quali riparati all\’estero) resero fertile il terreno per una grande rivolta anche perché la maggior parte degli intellettuali siciliani non si irretì più nel "sicilianismo" isolazionista ma si collegò al resto della cultura italiana ed europea. In effetti in quegli anni si assistette in tutta Europa ad una rottura nella coalizione reazionaria nata dal Congresso di Vienna e il quarto decennio del XIX secolo fu un susseguirsi di rivolte e sarà la Sicilia, in particolare Palermo, a dare il via alla “Rivoluzione europea" del \’48. In città la ribellione esplose nel gennaio 1848 (anche se l\’anno precedente in diverse zone dell\’isola come a Messina c\’erano stati vari tentativi di sommossa subito soffocati) quando una squadra popolare comandata da Giuseppe La Masa e Rosolino Pilo iniziò gli scontri con le forze borboniche che ebbero la peggio. Anche i moderati che alla fine presero il sopravvento nella rivoluzione si unirono e costituirono alcuni comitati e tra gli uomini più importanti ci furono l\’ex ammiraglio ed ex ministro Ruggero Settimo. In poco tempo l\’esercito borbonico indebolito anche dalla rivolta dilagata nella penisola fu costretto a lasciare la Sicilia dove furono distrutti gli apparati dello Stato mentre i contadini occuparono le terre e vennero liberati i prigionieri, spesso politici ma anche semplici delinquenti, delle carceri palermitane. A fine gennaio i moderati per bilanciare le forze delle Squadre popolari costituirono una Guardia Nazionale composta e diretta dai borghesi, a febbraio un Comitato generale con Presidente Ruggero Settimo e segretario Mariano Stabile assunse il comando di tutta la Sicilia. Come abbiamo scritto la rivolta palermitana aveva dato la spinta ad altre sommosse fuori dall\’isola e il contagio si propagò in tutto il resto d\’Italia e d\’Europa (eccetto Russia, Svezia e Regno Unito), ovviamente Palermo era stata solo la miccia di una situazione continentale generale che si preparava da tempo. Sempre a febbraio il re sembrò cedere e nominò luogotenente Ruggero Settimo emanando un decreto per la convocazione a fine marzo del Parlamento isolano che avrebbe dovuto modificare la Costituzione purché rispettasse l\’integrità della monarchia. Nelle settimane che seguirono gli inglesi, attraverso l\’inviato straordinario Lord Minto, si fecero artefici di una mediazione tra comitato siciliano e il re che nel frattempo era stato cacciato da Napoli; gli insorti chiedevano la riapertura del Parlamento siciliano (organo chiuso da circa un trentennio) e la sua regolare convocazione per diritto costituzionale il cui numero nella Camera dei Comuni in rappresentanza della popolazione sarebbe dovuto passare da 154 a 215, la Costituzione, se pur riformata, del ‘12 nonché il diritto di voto attivo e passivo esteso a tutti gli uomini istruiti, la Sicilia propose anche il ritorno a due regni con due capitali e un viceré isolano, l\’attribuzione dei maggiori impieghi pubblici isolani solo a siciliani, la conservazione della Guardia Nazionale, il diritto dell’isola di coniare moneta e discutere con il Parlamento di Napoli i problemi d\’interesse comune. A fine marzo il monarca respinse gran parte di quelle richieste anche perché ormai la rivoluzione stava scemando in molti paesi dichiarando nulle tutte le decisioni prese dai rivoluzionari, di fatto era un ultimatum! Ruggero Settimo, non più considerato dal re suo luogotenente, ma ormai capo del nuovo governo Siciliano di cui facevano parte uomini come Francesco Crisp di Ribera, il trapanese Vincenzo Fardella di Torrearsa e il palermitano Francesco Paolo Perez (Stabile era diventato ministro degli esteri) illustrò la situazione al Parlamento riaperto a fine marzo e con Presidente il Torrearsa, ad aprile il Parlamento dichiarò decaduto il re e la stessa Casa Borbonica e la Sicilia libera e indipendente; l\’isola avrebbe dovuto confluire in una Federazione o Unione con il resto d\’Italia. A giugno venne emanata la nuova costituzione rivista e corretta rispetto a quella del 1812, che sarebbe servita da riferimento per il futuro Statuto Albertino, mentre a luglio fu decretata anche l\’elezione a sovrano siciliano del principe Ferdinando duca di Genova e figlio del re del Regno Piemontese Carlo Alberto ma i Savoia non informati e in guerra contro l\’Austria, "Prima guerra d\’indipendenza", non avevano nessun interesse a rompere con i Borboni e quindi respinsero l\’offerta. In effetti la diplomazia siciliana anche se aveva mandato propri rappresentati in giro per le corti italiane (oltre che un contingente militare in Calabria per aiutare la rivoluzione ma che finì prigioniero delle truppe Borboniche) dimostrò di non essere molto avveduta non considerando tra l\’altro che i Savoia avevano più interesse a conquistare i territori limitrofi come la Lombardia. In quella situazione il re riprese l\’azione militare contro l\’isola sotto il comando del generale Carlo Filangieri, si partì ai primi di settembre con un bombardamento molto violento su Messina (da qui l\’appellativo di "re bomba") e la sua successiva conquista con saccheggi e stragi, dopo toccò a Palermo con altre bombe. A ottobre dopo le proteste di Gran Bretagna, Francia (che minacciarono d\’intervenire in difesa della Sicilia ma che in realtà si controllavano a vicenda per evitare che una delle due finisse per controllare l\’isola) e Russia il sovrano concesse un momentaneo armistizio che sarebbe durata fino a febbraio. Ma nel frattempo la situazione dell\’isola era sempre più disperata; a indebolire ulteriormente i ribelli siculi c\’erano le loro divisioni interne soprattutto tra repubblicani e monarchici e tra chi voleva un nuovo stato e chi tornare al Regno di Sicilia soppresso nel 1816 ma in generale c\’erano le divisioni, come abbiamo visto con la costituzione della Guarda Nazionale, tra vertice politico moderato e conservatore e la base sociale dei rivoluzionari che era democratica e radicale. Le stesse Squadre popolari erano piene di ex detenuti e delinquenti vari, abbiamo sottolineato che furono aperte indiscriminatamente le prigioni di Palermo, per cui la commistione tra la malavita locale e la politica fu un elemento caratteristico del \’48 siciliano. A dicembre Francia e Regno Unito proposero al re di accordarsi con l\’isola concedendogli un proprio Parlamento, governo ed esercito ma il monarca respinse la proposta sull\’esercito mentre sulle altre richieste chiese alle potenze interessate al trattato del 1815, quindi anche ad Austria e Russia, di aprire un negoziato con l\’obiettivo comunque di preservare il regno e a fine febbraio propose il cosiddetto “Atto di Gaeta”, una dichiarazione unilaterale secondo cui l\’isola doveva essere di nuovo integrata nel Regno delle Due Sicilie anche se sotto una monarchia costituzionale con un unico Parlamento bicamerale ma con sede a Napoli con una camera a suffragio censitario e uniche forze armate. In cambio concedeva ministri e funzionari siciliani, un viceré ma con poteri decisi dal monarca, le spese del regno divise tra Sicilia e penisola in base alla popolazione, un ministro a Napoli per gli affari della Sicilia e il bilancio dell\’isola separato da quello napoletano. Quell\’editto era di fatto un ultimatum, così fu letto sia dal governo sia al Parlamento siciliano dal suo presidente Torrearsa. L\’esecutivo respinse l\’atto di Gaeta dichiarando la fine dell\’armistizio e così a fine marzo esplose di nuovo il conflitto; già ai primi di aprile il generale Filangeri cominciò a occupare diversi città dell\’isola a iniziare da quelle orientali come la stessa Taormina, Catania e Siracusa. Le forze siciliane non si arresero ma non avevano la capacità di fermare quelle borboniche e il 19 aprile il Parlamento si aggiornò a data da destinarsi, il giorno dopo il governo rimise i poteri al municipio mentre i principali fautori della rivolta iniziarono a fuggire all\’estero, tra questi il Torrearsa, Stabile, l\’Amari e altri ancora. A Fine aprile la città di Palermo firmò l\’atto di capitolazione che fu voluta dai moderati della Guardia Nazionale in contrasto con le forze radicali provocando così dei tumulti in città, la Guardia iniziò così a perdere pezzi mentre le Squadre popolari continuarono ad affrontare i militari borboni per le vie di Palermo ma il 15 maggio ogni resistenza cessò, pochi giorni dopo il Filangeri emanò l\’amnistia tranne per i capi della rivolta. Con la presa di Palermo cadde in poco tempo tutta l\’isola e Filangeri fu nominato governatore dell\’isola mentre molti esponenti politici come, Settimo, Stabile, Torrearsa e Michele Amari fuggirono o furono esiliati all\’estero. Il punto debole della rivoluzione siciliana, oltre all\’impreparazione militare, fu la situazione internazionale e la non conciliazione tra vertice politico a dominio moderato e quello sociale controllato dai democratici e i radicali. Conflittualità evidente nello scontro, persino militare, tra Guardia Nazionale composta da elementi moderati e le più radicali Squadre popolari a cui ad un certo punto si era messa a capo una donna, una popolana pastora di capre detta Testa di Lana che aveva guidato uno scontro armato per le strade di Palermo contro la Guarda e a cui erano seguite le dimissioni del ministro dell\’interno il messinese Pasquale Calvi duramente criticato per non avere evitato quel conflitto. Tra l\’altro quella rivolta mancò di un progetto sociale, non riuscì a elaborare un programma definitivo da dare al problema decennale della sistemazione della proprietà demaniale che durante i Borboni era stata acquisita tra i soliti noti. In quel marasma, dove si susseguirono in pochi mesi ben sette crisi di governo, la vita delle persone e l\’integrità dei beni divennero molto insicuri e così nelle campagne dove regnava la più totale anarchia si rafforzò tra i proprietari terriere la malsana abitudine di assumere personale della malavita per difendere se stessi e i propri averi. Gli anni che seguirono furono di dura repressione contro i rivoluzionari e dissidenti, tra esiliati, molti riparati a Malta protetti dalla flotta inglese, e condannati in Sicilia si fece il vuoto politico; quella emigrazione forzata in altre zone d\’Italia permise di diffondere nel resto d\’Italia la questione isolana spogliandosi però della iniziale identità statuale siciliana contribuendo a formare da Nord a Sud una unificatrice amalgama culturale-politica. Sull\’isola il \’48 aveva spinto le classi dirigenti siciliane a una maggiore coesione ma nel frattempo la situazione economica del Regno si faceva più difficile; nell\’Europa della Rivoluzione industriale il regno Borbonico restava una realtà arretrata per cui si seguì una politica protezionistica soprattutto della nascente industria siderurgica così Francia e Regno Unito risposero con ritorsioni a danno dei prodotti agricoli come l\’olio d\’oliva. Del resto in quel decennio accelerò il processo di allontanamento politico, che come sappiamo iniziò anni prima, tra Londra e Napoli anche per le querelle relative all\’estrazione dello zolfo. Quelli furono anche gli anni in cui iniziò l\’opera di disboscamento boschivo di Lampedusa; infatti la rivoluzione industriale europea richiedeva carbone vegetale e l\’isola ricca, all\’epoca, di alberi ne era una fonte importante e così i Borboni senza alcuno scrupolo e alla ricerca continua di denaro concessero le autorizzazioni necessarie (nonostante la posizione contraria del governatore locale Sanvinsente che si dimise) tanto che in poco tempo la zolla di terra a Sud della Sicilia si trasformò nell\’isola arida e povera di alberi che conosciamo oggi con una popolazione sempre meno agricola e sempre più dedita alla pesca. Ma torniamo ai fatti internazionali; come abbiamo accennato la commistione tra aspirazioni delle classi intellettuali siciliane emigrate forzatamente e quelle di altri patrioti del resto d\’Italia permise un avvicinamento della questione specificatamente siciliana a quella italiana nel suo complesso e quindi il diffondersi anche sull\’isola delle idee risorgimentali in direzione di una unificazione italiana tanto che come vedremo nel prossimo capito in molte aree dell\’isola questi anni saranno segnati da un susseguirsi continuo di rivolte filo-unitarie e pro-piemontesi. A metà del secolo la monarchia piemontese dei Savoia (che fino alla proclamazione dell\’Unità d\’Italia continuarono a dichiararsi anche re dei non più esistenti stati di Gerusalemme, Cipro e Cilicia) anche titolare dei l\’unica costituzionale della penisola, in lotta contro gli Austriaci che occupavano diverse porzioni del Nord Italia divenne punto di riferimento dei patrioti italiani; nel \’52 a Torino era diventato primo ministro Cammillo Benso conte di Cavour che aveva seguito una politica estera capace di mettere il regno piemontese tra le forze nodali dell\’equilibrio continentale avvicinandolo alla fine del quinto decennio alla Francia di Napoleone III con cui nel \’58 erano stati firmati in gran segreto degli accordi nella città termale di Plombières e a gennaio del 1859, una vera alleanza militare in funzione anti-austriaca. Gli accordi stabilivano una vera spartizione della penisola italiana in zone d\’influenza piemontese e francese: in particolare in caso di guerra con Vienna i suoi territori nel Nord Italia sarebbero passati a Torino che avrebbe esteso il suo dominio fino all\’Isonzo nel Friuli e nella Romagna Pontificia e in cambio la Francia avrebbe acquisito il Nizzardo e la Savoia Francese, il resto dello Stato Pontificio, eccetto Roma e dintorni che restavano al Papa, si sarebbe unito al Granducato Toscano sotto una monarchia filo-francese, mentre il regno Borbonico sarebbe rimasto integro ma se il sovrano si fosse ritirato al suo posto la Francia avrebbe gradito Luciano Murat figlio di Giocchino Murat, cognato e generale di Napoleone, che aveva retto il governo napoletano durante la dominazione napoleonica. Questi quattro stati italiani avrebbero dovuto formare una confederazione sul modello tedesco dando la presidenza onoraria al papa. Il conflitto esplose a fine aprile di quell\’anno e vide contrapposte le truppe franco-piemontesi contro quelle austriache, era la "Seconda Guerra d\’indipendenza". A fine maggio, nel bel mezzo delle ostilità, moriva a Napoli Ferdinando II a cui successe il figlio Francesco II, a quel punto Cavour, a dimostrazione che ancora nei piani di Torino non c\’era il progetto di conquistare anche il Centro-Sud, cercò un accordo diplomatico e politico con il nuovo sovrano borbonico il quale avrebbe dovuto allontanarsi da Vienna e apportare modifiche nella conduzione poliziesca della sua politica interna (concedendo la Costituzione del \’48) in cambio dell\’integrità territoriale del regno Borbonico, Francesco si rifiutò categoricamente segnando però la fine del suo regno.

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