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Sicilia: tra storia ed eclissi solari totali,dal XVIII al XIX sec d. C.[2°p 32°]

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[Fonte: siciliamia.net]
Porta Garibaldi (ex Ferdinandea) a Catania

di Luca Rao, teosat@libero.it

32° puntata

ES DALLA FINE DEL PERIODO ASBURGICO AL REGNO D\’ITALIA

           1870


1870 AREA CENTRO SUD-EST, ETNEO, PANTELLERIA

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[Fonte: bta.it
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Domenico Caracciolo, il più famoso dei viceré siciliani

STORIA

36b) Il capitolo precedente si è chiuso con la nascita del Regno delle due Sicilie; questa nuova entità statale finalmente italiana, anche se Borbonica, si poggiava su due regni ma uniti sotto lo stesso monarca: quello che faceva capo all\’isola di Sicilia e isole minori (maltesi comprese) e l\’altro che comprendeva la parte peninsulare. Ogni regno aveva istituzioni separate ma stava sotto lo stesso re la cui sede era a Napoli mentre Palermo restava capitale della Sicilia e isole minori che la circondano; qui il Parlamento siciliano diede e ricevette fedeltà al nuovo re e i suoi successori e nella Cattedrale di Palermo venne incoronato il sovrano come "Rex utriusque Siciliae". La cerimonia venne fatta senza il consenso del papa ma per il nuovo monarca non fu un problema perché in Sicilia i re avevano sempre goduto, grazie alla Legalizia Apostolica, di una maggiore autonomia dalla Chiesa romana. Anche se la Sicilia tornava ad essere un regno a se stante, se pur sotto lo stesso re dell\’Italia peninsulare, poiché Carlo si era trasferito a Napoli nominò ancora una volta un viceré siciliano, il primo fu il generale spagnolo José Carrillo de Albornoz a cui fu affidato il compito di gettare le basi militari e politiche per il nuovo regno. L\’incoronazione reale a Palermo ingenerò tra i nobili siciliani l\’illusione che il neo-monarca volesse fare la città siciliana capitale dell\’intero regno ma il sovrano si recò subito a Napoli dove decise che sarebbe stata stabilita la residenza reale oltre al governo e gli organismi di rappresentanza internazionale anche se nella città partenopea Carlo regnava con poteri assoluti mentre a Palermo, in rispetto delle prerogative del Parlamento siciliano, entro i limiti della nuova Costituzione. Ma nonostante tutto la sede reale e governativa a Napoli (tanto che la città avendo il monarca in casa non aveva, a differenza della Sicilia, un viceré) provocò profonda delusione sull\’isola dando vita ad un clima anti-napoletano mentre a Napoli si diffuse subito la convinzione che la città avendo la sede dei reali fosse la vera e unica capitale dell\’intero meridione. Di fatto il distacco tra la Sicilia e il resto del meridione erano ormai forte. Ma le differenze tra le due parti del regno erano anche culturali; come già sottolineato in precedenza relativamente all\’università catanese e, fino a quando non venne abrogata, quella di Messina i due centri dell\’istruzione superiore non assunsero mai tra i siciliani quel ruolo preminente che nella penisola aveva l\’università di Napoli e semmai si limitarono a conferire lauree senza diventare centro culturale dell\’intera regione, quel ruolo era ben saldo nelle mani dalle ben più preparate, ricche e organizzate scuole gesuite. Era evidente il forte distacco che esisteva tra l\’importante centro culturale detenuto nell\’Italia peninsulare dall\’università partenopea e la scarsa influenza dell\’università catanese nel mondo culturale-scientifico dell\’isola e in generale nel regno; la Sicilia che un tempo era stata centro economico e politico del Mediterraneo e una delle zone più ricche ed evolute d\’Europa ormai era diventata una periferia dello stesso meridione e quindi una zona marginale d\’Europa, del resto non fu un caso che per errore alla voce "Palermo" gli Enciclopedisti francesi scrissero che la città era stata distrutta dal terremoto del 1693! Un abbaglio così eclatante per Napoli, famosa in tutta Europa anche per la sua Università e gli intellettuali che sfornava, non sarebbe mai stato possibile. Ma torniamo alla monarchia Borbonica; uno dei primi provvedimenti presi dal nuovo sovrano fu l\’adozione dell\’Italiano come lingua ufficiale a livello statale-amministrativo e inoltre Carlo abolì tutti quegli istituti del periodo vicereale non coerenti con uno stato sovrano anche se Napoli non era dello stesso avviso. Quella Borbonica fu una monarchia indipendente e tutta italiana se pur sotto il profilo dinastico legata alla Spagna da cui, almeno all\’inizio, fu fortemente influenzata soprattutto in politica estera. Abbiamo visto che vi furono profonde frizioni tra il regno meridionale e lo Stato Pontificio, del resto in quegli anni lo spirito Illuminista incompatibile con il clericarismo medioevale della Chiesa arrivò anche in Sicilia grazie ad intellettuali come Giovanni De Cosmi pedagogista e filosofo o lo storico Gabriele Torremuzza; in questo nuovo sprito intellettuale si realizzò sotto il nuovo viceré Bartolomeo Corsini, che governò nel periodo a cavallo tra gli anni \’30 e \’40, una politica meno assolutista e più costituzionale oltre che più vicina alle esigenze della realtà siciliana e soprattutto furono fatte una serie di scelte per limitare i privilegi del clero. Attraverso il Parlamento siciliano fu anche rivista l\’esenzione fiscale di cui spesso godevano i terreni della Chiesa e soprattutto si cercò di annullare le finte traslazioni di beni laici in capo ad ecclesiastici per evadere il fisco; era una riforma del 1738 che pose anche un limite all\’eccessivo numero di ecclesiasti. Ancora nel \’40 il re emise un editto che riaccolse, dopo due secoli dalla cacciata, gli ebrei, che tra l\’altro erano ben visti anche per le loro capacità finanziarie e commerciali, garantendo privilegi e protezione. Ma questa decisione attirò la forte ostilità della Chiesa cattolica e così 7 anni dopo Carlo fece marcia indietro emettendo un nuovo decreto di espulsione anche se a dire la verità proprio in Sicilia di Ebrei nuovi non se ne erano visti. I rapporti erano tesi anche tra sovrano e nobiltà perché per svecchiare la realtà sociale ed economica isolana la monarchia cercava di ridimensionare i poteri baronali ma era impossibile governare l\’isola senza l\’appoggio aristocratico e così con i successivi viceré Carlo iniziò ad allontanarsi dalla politica riformista-iluminista tentando un riavvicinamento alla grande nobiltà. Nel 1759 quel che restava del riformismo ebbe il colpo di grazia; quell\’anno, infatti, Carlo diventò re di Spagna e poiché secondo i precedenti accordi con le altre potenze non potevano più essere unificati sotto lo stesso sovrano i regni di Napoli e Palermo con quello Iberico fu proclamato nuovo sovrano dell\’Italia meridionale ossia il figlio Ferdinando. Per dimostrare almeno formalmente l\’esistenza, pur sotto lo stesso re, di due regni autonomi il neo-monarca si fece nominare IV a Napoli e III nel Regno di Sicilia a differenza di Carlo che come sappiamo non aveva fatto questa distinzione eliminando il numerale (che doveva essere VII a Napoli e III a Palermo), ma di fatto la situazione non cambiò molto. Intanto pure nella seconda metà del \’700 continuarono a sorgere splendide opere architettoniche che contribuiranno a rendere famosa la Sicilia anche per il suo patrimonio monumentale e i bellissimi giardini cittadini mediterranei: tra gli esempi ricordiamo la chiesa di San Giovanni Evangelista sorta a Scicli tra il ‘60 e il ‘65, nel ‘66 il Palazzo Comitini a Palermo, nel ‘68 l\’arco trionfante di Catania di Porta Ferdinandea poi chiamata Porta Garibaldi, tra gli anni \’60 e \’70 la chiesa Madre di San Nicolò a Noto, nel ‘78 la cattedrale di San Giovanni Battista a Ragusa e sempre in quegli anni il parco di Villa Giulia a Palermo. In quei primi anni del suo potere Ferdinando decise di colonizzare, soprattutto con gente proveniente dalle Eolie, il palermitano e il trapanese, Ustica. Infatti dopo la decadenza del XIII secolo a. C. l\’isola non era mai riuscita ad avere una popolazione stabile e duratura anche perché i turchi che la usavano come base di appoggio per le scorrerie contro le coste siciliane avevano più volte trucidato i pochi abitanti e così nel \’59 il re emanò un decreto per la costruzione di fortificazioni e torri in difesa delle popolazioni; questa decisione creò le basi per una stabile e continuativa comunità isolana e dei suoi attuali centri abitativi ma come vedremo ancora per diversi anni, prima che le opere venissero completate, Ustica subirà nuove sanguinose invasioni. Come accennato sopra con il nuovo sovrano ci fu un arretramento della precedente linea politica relativamente illuminata ma questa politica non terminò del tutto con il precedente sovrano; in effetti nei primi anni del nuovo re poiché ancora minorenne questi fu affidato ad un Consiglio di reggenza dove tra gli altri c\’era il borghese toscano Bernardo Tanucci che essendo responsabile della Giustizia e la Politica Estera finì per dominare l\’intero organo reale. Tanucci riprese la politica riformista della prima fase del precedente re: confiscò le terre (ma anche fattorie, fondi alberati, giardini etc etc…) che erano state gesuite e invece di farle acquisire al demanio regio le divise in piccoli lotti che furono ceduti ai contadini. Del resto tutta l\’Europa andava in quella direzione, il ministro borbonico cercava di portare il controllo dei beni ecclesiastici nelle mani dello Stato, soppresse così istituti cattolici inutili come i conventi o monasteri ormai dismessi facendone acquisire la proprietà ai pubblici poteri, tentò di eliminare la manomorta cioè il patrimonio, nel caso specifico religioso, che diventava inalienabile e di proprietà perpetua della Chiesa su cui la monarchia non poteva imporre delle tasse fino ad arrivare, nel \’63, all\’espulsione dei Gesuiti dal regno a cui il papa Clemente XIII rispose con la scomunica seguita a sua volta dall\’occupazione da parte delle truppe napoletane di alcuni territori dello stato pontificio. Il conflitto con la Chiesa si ricompose quando, nel 1773, Clemente XIV fu costretto dalle grandi potenze europee a sopprimere la Compagnia di Gesù con la consequenziale scomparsa della stessa provincia gesuitica siciliana ma anche degli istituti scolastici di quest\’ordine che provocò l\’interruzione improvvisa delle lezioni delle suddette scuole lasciando gli alunni senza professori e costringendo in fretta e furia il Tanucci a nominare nuovi insegnanti che però tennero gli stessi testi scolastici e lo stesso programma. Superata quell\’emergenza iniziale il capo del governo si occupò di operare una profonda riforma scolastica sostituendo quei centri d\’istruzione con l\’embrione di una prima scuola sia pubblica di Stato (quindi non più affidata ad una Chiesa) che gratuita, una delle prime in Italia, anche se tutto ciò non fu concepito come un servizio da dare all\’intera società limitandolo alle disponibilità finanziarie provenienti dai ricavi fatti dall\’acquisizione delle scuole gesuitiche. Le scuole che furono aperte là dove operavano quelle gesuitiche vennero divise in tre livelli: scuole minori come quelle di Caltagirone, Caltanissetta, Enna, Marsala, Mazara, Monreale, Mazzarino, Salemi, Sciacca etc etc, quelle maggiori cioè con convitti che in Sicilia erano a Palermo, Messina, Catania, Siracusa e Trapani e quelle superiori che erano inquadrate come delle università e che in tutto il regno erano solo due, una Napoli e l\’altra a Palermo. Tutti i maggiori studiosi nei vari rami del sapere furono invitati a insegnare nelle scuole maggiori e nelle due superiori anche se grande intellettuali come il De Cosmi o il principe di Torremuzza Lancillotto Castelli non ci insegnarono mai. Ma nei decenni successivi all\’espulsione gesuitica le università siciliane (Catania e soprattutto la futura università palermitana) iniziarono ad assumere quel ruolo dominante nella cultura isolana che fino a quel momento era rimasto saldamente in mano alla Chiesa. Pochi anni prima della fine della Compagnia di Gesù la politica antibaronale di Tanucci provocò una rivolta palermitana anche perché il potere Borbonico sull\’isola si era fatto ancora più pesante; già nel ‘70 i rapporti tra Sicilia e monarca erano diventati tesissimi per il rifiuto posto dal re, consigliato dal Tanucci, ormai maggiorenne di prestare, come aveva fatto il suo predecessore, giuramento al Parlamento siciliano e quindi alla nobiltà dell\’isola. I baroni risposero ri-feudalizzando le cariche ecclesiastiche ossia occupando tutti i più importanti gangli di potere dell\’organizzazione cattolica isolana assicurandosi le nomine dei vescovi e il controllo delle abbazie i cui rappresentanti sedevano nel Parlamento isolano, in tal modo si creò un legame ancora più stretto tra interessi della Chiesa e della nobiltà. La risposta del Tanucci non si fece attendere; ad esempio decise che i vescovi dovessero essere nominati dai parroci e non più tra le alte cariche religiose come gli abati inoltre approfittando del saccheggio di Ustica da parte di pirati saraceni che avevano rapito e ucciso una grossa parte della popolazione ottenne dal papa di conferire al fisco le rendite ecclesiastiche isolane il cui ricavato sarebbe stato utilizzato per costruire navi da guerra e non a favore delle tasche baronali. Di fatto la stessa battaglia per uno stato più laico era inquadrabile nella lotta contro il baronato siciliano. Con la fine della Compagnia di Gesù molti terreni appartenenti ai gesuiti, che in Sicilia erano numerosi e fra i più produttivi, furono divisi tra circa tremila contadini ma in realtà i risultati di questa riforma furono scarsi perché gli interessi nobiliari frapposero non pochi ostacoli mentre lo Stato non concedendo ai contadini sufficienti risorse per avviare un processo di sviluppo gli impedì di acquisire le terre più produttive che alla fine andarono alle solite famiglie aristocratiche e solo successivamente la monarchia corse ai ripari aiutando gli agricoltori ad acquisire i terreni migliori tentando di ridurre il latifondo meridionale. Tali novità normative rappresentarono la più importante riforma agraria italiana di quel secolo ma i risultati rimasero sotto le aspettative scontentando tutte le classi. Così nel \’73 i baroni si misero a capo di una rivolta palermitana aizzando le classi più povere per dimostrare che senza l\’appoggi nobiliare la monarchia non aveva nessuno controllo del territorio. Dunque quella sommossa non aveva nessuna intenzione di mettere in discussione la Casa Regnante ma alla fine finì per rovesciare le istituzioni regge isolane cacciando, sezna che l\’esercito potesse fare nulla, l\’inamovibile viceré Giovanni Fogliani che guidava l\’isola dal ‘55 ma che non era riuscito a gestire le crisi di colera e la carestia che l\’avevano colpita più volte limitandosi quasi solo ad aumentare le tasse. Fu creato un governo provvisorio guidato dall\’arcivescovo Serafino Filangieri, Napoli inviò subito un esercito ma il Tanucci riuscì a bloccarlo convincendo il re a seguire la via della conciliazione che infatti ottenne il risultato di porre termine alla rivolta ormai indebolita. Le conseguenza di quell\’evento non si fecero attendere e così mettendo in discussione il principio che i viceré siciliani non dovesse essere napoletano o legato a quelle zone fu nominato come successore di Fogliani il Principe Stigliano Marc\’Antonio Colonna, spagnolo di nascita ma napoletano di adozione. Così a Napoli iniziò una gestione anti-baronale del potere siciliano che però con il tempo divenne anti-siciliano allargando la frattura tra le due città. Comunque in quel momento il potere del primo ministro Tanucci era agli sgoccioli; appoggiati dal palermitano principe di Camporeale Giuseppe Beccadelli di Bologna e Gravina nonché Marchese della Sambuca e ambasciatore del Re a Vienna i baroni isolani intrapresero un\’opera di discredito del capo del governo, opera favorita dalla stessa regina Maria Giuseppina d\’Asburgo, figlia della regnante d\’Austria Maria Teresa, che aveva sempre osteggiato la politica filo-spagnola di Tanucci. Del resto Ferdinando (intanto nel \’76 il re alla richiesta dei principi Tomasi di vendere le Pelagie agli inglesi interessati al loro valore strategico-navale decise di comprarle lui stesso dalla ricca famiglia) si dimostrò succube e debole quanto disinteressato al governo del regno ma allo stesso tempo voleva liberarsi dall\’influenza di Madrid che si esercitava tramite il Tanucci legato com\’era alla corte spagnola e del suo sovrano, Carlo III, padre dello stesso monarca meridionale. Così nel 1777 l\’uomo che aveva avuto un peso decisivo nelle sorti del regno venne licenziato e al suo posto fu nominato proprio Beccadelli che inaugurò una politica autoritaria e non più riformista. Con queste premesse per la prima volta (escluso il breve periodo di dominio diretto viennese) Napoli e la Sicilia entravano nella sfera d’influenza austriaca allontanandosi da quella spagnola; la regina voleva che la Sicilia divenisse il caposaldo marinaro dell\’Austria contrapponendolo alle flotte inglesi e francesi. Ma torniamo alla politica interna del regno; una delle conseguenze della fine, con il Sambuca, della politica riformista fu la rinuncia da parte dello Stato allo sfruttamento dei beni confiscati ai Gesuiti e per i quali il Tanucci aveva creato l\’ente pubblico dell\’"Azienda gesuitica", che ora veniva abrogato, nato proprio per gestire le ricchezze dell\’istituto religioso messo fuori legge inoltre per favorire le grandi famiglie latifondiste le terre ex gesuite non furono più concesse in piccoli lotti ma in grossi appezzamenti e il più grande nobile titolato che si avvantaggiò di questa novità fu proprio lo stesso Sambuca che a causa per questi appropriamenti indebiti subirà un processo. Tra l\’altro molti piccoli enfiteuti furono costretti anche con le cattive e una campagna di discredito a rinunciare alle loro concessioni. Anche se finì la spinta illuminista il nuovo viceré modernizzò l\’Università di Catania e nel \’79 istituì la Regia Accademia degli Studi di Palermo che se pur non divenendo subito una università per il divieto posto da Catania (l\’accademia diventerà una vera università solo nel 1805) a differenza della città etnea segnò l\’inizio di un importante movimento culturale e scientifico siciliano con la partecipazione di grandi intellettuali come il De Cosmi o Paolo Balsamo oltre che studiosi provenienti fuori dalla Sicilia e dalla stessa penisola italiana. In quegli anni fu anche deciso l\’abolizione dell\’organo d\’Inquisizione di Sicilia che anche se fu materialmente abrogato nell\’82 durante il vicereame del Caracciolo a cui viene attribuita la paternità in realtà quella decisione venne presa a fine anni \’70 grazie al napoletano Saverio Simonetti che era un consultore del governo nazionale del Sambuca e così il futuro viceré siciliano sarà solo un esecutore di una decisione presa a Napoli. La Sicilia di fine \’700 anche se feudale aveva, se pur in limitata dimensione, un suo sistema industriale che si basava principalmente sulle fabbriche che lavoravano i prodotti delle zolfare delle zone centrali, delle saline e le vigne del trapanese, i setifici di Palermo, Messina e Catania, le tonnare lungo alcune coste, lo zuccherificio di Avola, alcune industrie palermitane di carrozze e carri o le cartiere di paesi come Comiso, Partinico, Montelepre e Monreale. Ma queste aziende avevano un impatto minimo sul sistema economico isolano senza creare nelle zone limitrofe un vero indotto industriale. In quegli anni la terra tornò a tremare tanto che nel febbraio dell\’83 si registra il più grande disastro naturale italiano di quel secolo; una scossa di 6,9° Richter, con epicentro nel Sud della Calabria, con annesso tsunami e altre scosse molto forti (che si verificheranno anche nei mesi successivi e anche una molto forte sopra i 6° nel 1786) devastarono Messina e Reggio, e altri comuni calabresi, provocando tra i 30 e i 50 mila morti e danni enormi. A causa di questo evento i Borboni decisero di formulare il primo regolamento antisismico d\’Europa con annesso sistema efficace sistema costruttivo inoltre molti intellettuali europei s\’interessarono alla catastrofe e tra questi Johann Wolfgang Goethe che, passando per Messina di ritorno da Palermo, descrisse la città dello stretto nel suo "Viaggio in Italia l\’orripilante visione di una città distrutta". Nel 1786 un altro sisma di 6,0° centrò alcuni comuni tirrenici del tirrenico orientale come Milazzo, Tindari, Naso e Patti causando nuovi lutti e danni. A proposito del viaggio di Goethe in Sicilia è interessante sottolineare che soprattutto dal XVIII secolo i ricchi aristocratici europei soprattutto inglesi avevano preso l\’abitudine a inserire nel loro "Grand Tour" in giro per l\’Europa per arricchire il proprio bagaglio culturale anche la Sicilia, tappa finale di questo turismo per pochi. Del resto nell\’isola era possibile ammirare l\’arte greca senza dovere arrivare in Grecia che era sotto il dominio ottomano e quindi rischiosa da girare. Molti di questi rampolli europei erano o diventarono anche uomini di grande cultura tra cui, oltre a Goethe, Guy de Maupassant, Alexis de Tocqueville, Alexandre Dumas padre, Friedrich Schinke e altri ancora che hanno lasciato numerosi scritti e lettere con impressioni, resoconti e commenti sulla Sicilia tra \’700 e \’800 come l\’opera "Viaggio in Sicilia e Malta" del 1773 dello scienziato e militare scozzese Patrick Brydone; tra le località più visitate vi erano luoghi e città come l\’Eolie, l\’Etna, Siracusa, Agrigento, Selinunte o Segesta. Questi viaggi contribuirono a colmare quel vuoto di conoscenze sulla Sicilia che abbiamo visto con gli illuministi. Intanto sotto il profilo strettamente politico tre anni prima del disastroso sisma di Reggio e Messina era diventato viceré il napoletano Domenico Caracciolo, il più famoso dei viceré siciliani; lo statista era stato voluto dai reali probabilmente contro il volere dello stesso Sambuca proprio per impedire che le simpatie filospagnole di questi si diffondessero ancora di più tra i baroni siciliani e soprattutto perché il capo del governo ancora in carica poteva opporsi alla volontà dei regnanti, soprattutto della regina, di rompere i rapporti con la Casa Borbonica spagnola favorendo Vienna. Caracciolo aveva vissuto a Parigi e quindi portò nell\’isola, dove arrivò di malavoglia solo l\’anno dopo la nomina, una nuova ventata illuministica; questi oltre a sistemare l\’assetto viario della Sicilia cercò di svecchiare la sua organizzazione amministrativa-politica ancora semi-feudale riformando il vecchio apparato tributario che si basava sui donativi votati dal Parlamento perché ancora in Sicilia a fine \’700 i monarchi non riscuotevano le tasse direttamente come avveniva a Napoli e in base a delibere prese dal loro governo ma ricevendo in offerta dei donativi che erano sempre delle tasse ma a differenze delle altre erano approvate solo dopo voto favorevole dell\’assemblea parlamentare a cui il monarca doveva fare richiesta. Il Caracciolo migliorò il sistema giudiziario indebolendo lo strapotere baronale ed ecclesiastico anche togliendo loro terreni lasciati incolti a favore della piccola proprietà contadina a cui affidò pure diverse terre appartenenti allo Stato. I piccoli possidenti videro diminuire la pressione fiscale (a danno dei grandi latifondisti) e furono liberati da molti vincoli baronali. Tra l\’altro nel corso dei decenni le popolazioni delle terre feudali siciliane erano cresciute più di quelle demaniali e quindi bisogna riorganizzare la ripartizione dei donativi dandone un maggiore carico alle prime obbligando così i baroni ad accettare che nelle loro terre ci fosse una pressione fiscale maggiore di quella che incombeva sui territori demaniali. Il viceré chiese al Parlamento anche di approvare un nuovo catasto delle proprietà immobiliari in modo che le tasse fossero pagate in base al reale patrimonio che si possedeva e che, appunto, doveva combaciare con quello risultante da rilevamento stesso ma il progetto fu approvato solo dal Braccio demaniale cosicché alla fine quell\’idea fu respinta. Comunque ebbero migliore sorte altri decreti del Caracciolo per svecchiare la società: il primo dava libertà ai contadini delle terre feudali di emigrare in altri territori senza chiedere il permesso ai latifondisti perché anche se nei fatti (se pur mai obragata) la servitù della gleba non esisteva più da secoli e se, come abbiamo visto con la licentia populandi, nei centri nuovi questa libertà era garantita nella realtà i baroni e altri titolati riuscivano a limitare gli spostamenti degli abitanti che risiedevano nelle loro proprietà usando i numerosi cavilli delle giurisdizioni feudali, i provvedimento del viceré interessò due terzi dell\’isola e centinaia di migliaia di contadini. Altro importante decreto del Caracciolo fu quello del \’75 che riformò l\’amministrazione dei consigli civici dei comuni feudali sottraendoli dal controllo baronale; quella era una scelta rivoluzionaria, se la Sicilia non dichiarò mai l\’indipendenza durante il dominio spagnolo e in quella prima fase del regno Borbonico non accadde solo per la mancata unità tra Messina e Palermo ma anche perché la potenza iberica e i successivi regnanti avevano sempre riconosciuto all\’aristocrazia terriera un forte potere d\’imperio sulle popolazioni dei loro feudi che anzi nel corso dei decenni, grazie alla licentia popolandi, crebbero di numero. Il terzo provvedimento fu conseguenza di quest\’ultimo perché concesse alle popolazioni vassalle ora più libere, almeno in teoria, di chiamare in giudizio i diritti angarici dei loro baroni chiedendo la dimostrazione della legittimità dei loro possessi. Questa politica riformista filo-contadina che voleva defeudalizzare l\’isola sottraendo più terre possibili ai nobili e alle potenti gerarchie cattoliche diminuendo così il loro potere e allo stesso tempo tentava di valorizzare il libero lavoro agricolo strappando ai contadini le catene che li tenevano legati ai signori terrieri aumentò l\’odio di quest\’ultimi contro i Borboni. Anche il viceré fu oggetto di aspre critiche che aumentarono quando nell\’83, dopo il terremoto di Messina, si era scontrato in Parlamento con l\’aristocrazia a cui aveva chiesto con termini perentori di votare una rimodulazione delle tasse (di proposito non usò il termine donativi) che fosse equamente divisa tra aristocrazia, Chiesa e popolazioni demaniali. Eppure quella politica così innovativa del Caracciolo e in generale degli altri predecessori riformisti che seguirono una politica filo-contadina, politica che attribuì in enfiteusi circa 50 mila ettari di terreni a piccoli proprietari (solo in poche altre zone d\’Italia si arrivò a simili quantitativi), non produsse un miglioramento qualitativo della resa agricola, del resto in un sistema feudale come quello isolano era impensabile riformare una società senza il consenso dell\’aristocrazia terriera che tra l\’altro era chiusa (nonostante una certa permeabilità mostrata in passato nell\’accogliere appartenenti ad altri corpi) a differenti gruppi sociali; la nobiltà siciliana restava un ceto fondamentalmente inamovibile nei suoi interessi, incapace di rinnovarsi anche perché viveva in una regione dove mancava la spinta propulsiva e rinnovatoria di una forte classe borghese che avrebbe potuto contrapporsi. Al viceregno del Caracciolo che prese il posto di Sambuca a capo del governo Borbonico successe nell’86 il napoletano Francesco D\’Aquino principe di Caramanico che seguì la politica liberale e filo-contadina e centralista del suo predecessore. Piccola parentesi sulla schiavitù, nel XVIII secolo pur non essendo stata ancora formalmente abrogata questo fenomeno era ormai relegato quasi solo ai lavori domestici presso ricche famiglie che spesso ne facevano uso solo per ostentazione tanto che in questo secolo scomparvero precisi riferimenti giuridici e politici a questo fenomeno  che era deducibile solo in qualche atto notarile o rappresentato in quadri e opere di teatro. Intanto due anni dopo l\’inizio del vicereame di D\’Aquino arrivò in Sicilia il poeta, scrittore e artista Johann Wolfgang von Goethe che visitò luoghi come Palermo, Segesta, Selinunte, Agrigento, Caltanissetta, Catania, Taormina e Messina; celebre quello che scrisse sulla storia e i monumenti dell\’isola "L\’Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto". Ma torniamo al viceré; questi riformò l’università di Catania, negli atti pubblici sostituì definitivamente il latino con l’italiano, colpì altri interessi nobiliari (abolì le angherie che ricordiamo erano le prestazioni gratuite che i braccianti dovevano ai latifondisti e diminuì il numero dei seggi spettanti ai nobili sia in Parlamento che nella Deputazione del Regno) ed eliminando i residui della servitù della gleba. Se sotto il Caracciolo quella politica riformista siciliana fu gestita solo da esponenti napoletani con il Caramanico anche se i posti chiave restarono sempre in mano a dei partenopei le sue opere, come la distribuzione enfiteuta delle terre attraverso la censuazione delle stesse, furono attuate da personale politico siciliano come il principe di Trabia, il filosofo Tommaso Natale o l\’economista agrario Paolo Balsamo. Molto amato dalle classi più umili il viceré cercò anche di promuovere azioni filantropiche soprattutto durante le epidemie del 1792-93 ma nel \’95 morì improvvisamente, forse avvelenato dai suoi nemici. In quegli anni come primo ministro borbonico c\’era l\’inglese Edward Acton che se da un lato inaugurò in funzione anti-francese una politica estera più vicina al Regno Unito che contrastava la Francia (del resto il successore vicereale di Caramanico fu il pugliese Filippo Lopez y Royo arcivescovo di Palermo e Monreale il cui compito oltre ad riavvicinare l\’aristocrazia isolana al re fu soprattutto quello di contrastare un eventuale partito filo-rivoluzionario siciliano) dall\’altro instaurò un governo poliziesco e in collaborazione con il viceré fece condannare diversi esponenti giacobini artefici di una congiura a Palermo organizzata dal patriota Paolo Di Blasi, fu anche consigliere del viceré, che venne condannato a morte, di fatto in questa atmosfera di reazione terminò l’esperienza di "auto-governo" siciliano inaugurato da Caramanico. L\’inasprimento della politica interna fu conseguenza della situazione europea creatasi negli ultimi anni; dal ‘98 Ferdinando era in guerra contro la Francia rivoluzionaria napoleonica e così, come abbiamo visto dagli arresti dei giacobini palermitani, quel clima tumultuoso aveva raggiunto anche la Sicilia e del resto risale a questo periodo la nascita della prima Sinistra politica isolana, chiamata giacobinismo e poi democratismo, che si riconosceva negli ideali giacobini e che ebbe esponenti del calibro del principe di Trabia, il De Cosmi, l\’economista Paolo Balsamo o il filosofo Tommaso Natale e il cui capostipite fu in un certo senso il Caracciolo con la sua politica filo-contadina. Proprio nel \’98 la situazione divenne critica perché l\’esercito napoleonico invase buona parte del Regno di Napoli costringendo Ferdinando e famiglia a scappare a Palermo sotto la protezione della flotta inglese, del resto già quell\’anno durante la "Campagna d\’Egitto" Napoleone riuscì a strappare al sovrano Malta che da quel momento non sarebbe mai più tornata al regno spezzando il legame storico con la Sicilia perché anche se due anni dopo la flotta isolana con quella inglese riuscì a riprenderle furono gli inglesi, nonostante le proteste di Napoli, a impossessarsene. Intanto nel \’99 per rendere più gradita la presenza del sovrano in Sicilia furono create la Real Tenuta della Favorita a Palermo con l\’annessa Palazzina Cinese mentre nella zona del Bosco della Ficuzza fu edificata la Real Casina di Caccia.

Fine seconda parte, per la terza parte
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Per leggere tutti gli altri articoli sulle eclissi solari siciliane:
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