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Sicilia: tra storia ed eclissi solari totali, XVII sec d. C. [30°]

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[Fonte: fotografieitalia.it]
Cattedrale di Palma di Montechiaro, uno dei comuni sorti nel \’600 grazie alla "licentia populandi"

di Luca Rao, teosat@libero.it                            

                                             30° puntata

1666 STRETTISSIMA FASCIA TRA IL CALTAGIRONESE E LA COSTA ORIENTALE DELL\’ETNEO

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[Fonte: fotografieitalia.it]
Stemma della famiglia dei principi Tomasi di Lampedusa 


STORIA


35) Il \’600 fu un secolo fortunato per l\’astronomia siciliana tant\’è che 61 anni dopo arrivò la seconda ES di quel secolo, siamo al 2 luglio 1666, sarà un\’eclissi diversa dalle altre.
Nel 1608-09 operò in Sicilia il poeta milanese Caravaggio, fu lui a coniare il nome di "Orecchio di Dionigi" o "Dioniso" riferito alla grotta artificiale vicino a Siracusa città dove per altro approdò, del grande artista si ricordano quadri come la "Resurrezione di Lazzaro" a Messina e forse la "Natività con i santi Lorenzo e Francesco d\’Assisi" che si trovava a Palermo anche se alcuni esperti pensano che sia stata eseguita a Roma nel 1600 e poi inviata in Sicilia. Storicamente quel periodo fu un momento importante per il potere dell\’aristocrazia isolana; dopo il calo demografico isolano degli ultimi decenni del \’500 e i primi dieci-quindici anni del secolo successivo la Sicilia tornò a crescere in modo sostanzioso, si pensi ad esempio che nel censimento del 1616 l\’isola, le due principali città erano Palermo e Messina, aveva un tasso di densità della popolazione in generale e di quella urbana in particolare tra i più alti d\’Europa comparabile con quelli delle Fiandre e dell\’Olanda e anche se in realtà negli anni immediatamente successivi inizierà un periodo di appiattimento della crescita demografica tutti questi abitanti erano anche bocche da sfamare e solo una grossa produzione agricola poteva soddisfare questa necessità e così per contrastare l\’abbandono delle campagne, aumentare la produzione cerealicola visto che la classe terriera isolana era incapace d\’introdurre nuovi sistemi produttivi come quello dell\’irrigazione o le novità nelle trasformazioni delle rotazioni agrarie di tipo tradizionale, e soprattutto per rimpinguare le casse reali sempre bisognose di denaro per finanziare le numerose guerre a cui partecipava la Spagna fu concesso (a volte per i servigi resi alla Corona ma quasi sempre dietro pagamento) ai già potenti feudatari la cosiddetta "licentia populandi" ossia la possibilità di creare nuovi centri urbani, un vero "privilegium aedificandi"  non nelle terre demaniali ma nei loro stessi domini e con la prerogativa di esercitare la signoria feudale sulla nuova realtà. In questi nuovi paesi, ma spesso il ricco aristocratico che acquisiva una qualifica più alta nelle gerarchie nobiliari edificava nel luogo di una già esistente residenza feudale, baglio o castello, affluirono molti contadini sia per la disponibilità di numerose terre fertili da coltivare sia per una serie di vantaggi (moratoria dei debiti, donazione della casa dove abitare, concessione di enfiteusi etc etc…) garantiti dai nuovi proprietari; qui, come negli antichi comuni, il barone continuava ad avere piena potestà giuridica, trasmetteva il suo potere agli eredi, aveva il potere di creare tutte quelle figure come il cappellano o il giudice necessarie per il funzionamento della sua proprietà, poteva decidere e riscuotere i diritti su dogana, gabelle etc etc, ma il suo vassallo anche se non poteva contare, come nei vecchi centri feudali, degli antichi diritti di cui godevano gli agricoltori e che aveva il diritto di far valere davanti il signore locale allo stesso tempo non era soggetto alla totale mercé di quest\’ultimo come negli antichi poderi in quanto non si istaurava la servitù della gleba e i popolani avevano piena libertà di andare e venire, persino emigrare, quando e come volevano e non erano perseguibili nel nuovo luogo di residenza per i delitti commessi nei paesi di vecchia in cui vivevano. Del resto il signore per incentivare l\’emigrazione nel suo nuovo centro (e bastava avere ottanta nuclei familiari per trasformarlo in vero comune) doveva offrire un lavoro a condizioni più vantaggiose di quello dei paesi più vicini contrattando con i primi abitatori statuti sulle loro attività e i rapporti con il feudatario stesso. Tutto ciò limitava in qualche modo la potente aristocrazia siciliana che già doveva sottostare ai tribunali del regno mentre è in diretta concorrenza con le élites dei centri cittadini che adesso riuscivano ad ottenere frequenti concessioni, accordi o patti che limitano il potere di queste grandi famiglie. Di fatto comunque il potere aristocratico era molto vasto e così la licentia rappresentò una nuova rifeudalizzazione dell\’isola anche se la contrattazione tra signore e contadini non comportò un ritorno tout court al Medio Evo (da cui comunque la Sicilia non era ancora uscita) ma l\’introduzione di un più moderno sistema di sfruttamento del lavoro agricolo di tipo non feudale ma capitalistico o meglio proto-capitalistico favorendo quei lavoratori che vivevano in contadi in cui il loro numero era inferiore rispetto alle terre da coltivare e quindi più preziosi per il latifondista. Ma era pur sempre una novità legata alla situazione di semi-sviluppo siciliano e a dimostrazione dell\’arretratezza della classe dirigenti isolana bisogna dire che le motivazioni che spinsero i feudatari nuove realtà erano legate più a ragioni di potere, status, prestigio o trasmissione unitaria dell\’ereditarietà piuttosto che a questioni economiche; di fatto questi nuovi centri urbani nascono in realtà su vecchie strutture economiche e sociali anche grazie (ma è solo una delle tante ragioni) alla politica del governo centrale volto a favorire le famiglie e i gruppi legati alla corte. Così se inizialmente i nuovi coloni riuscirono a creare rapporti paritari e solidali è anche vero che in pochi anni si crearono delle divaricazioni che favorirono la nascita di una aristocrazia contadina che ben presto diventò borghesia di allevatori, commercianti, gabelloti, amministratori etc etc mentre in basso restava un vasto strato di contadini poveri e analfabeti. Del resto i baroni potevano anche entrare in Parlamento (che però si limitava soprattutto ad approvare  donativi chiesti dalla Spagna) come rappresentanti del centro che governavano e più comuni possedevano più seggi e voti avevano. Dunque con l\’aumento dei neo piccoli centri aumentò anche la pressione nobiliare sull\’istituzione politica per eccellenza della Sicilia; un neo-feudalesimo, con sfruttamento del lavoro contadino che anche se non era servitù della gleba si sarebbe protratto fino al XX secolo, in un\’epoca in cui gran parte dell\’Europa più moderna ne era in gran parte uscita da più di un secolo. Economicamente comunque la licentia comportò pure l\’aumento delle terre messe a coltura ma anche degli aristocratici con titoli e l\’estensione della loro base sociale e così poteva succedere che il barone di Siculiana fondando Cattolica diventava principe di quest\’ultimo comune. Questa nuova situazione fu alla base della nascita esponenziale all\’inizio del \’600 di molti nuovi comuni, un centinaio, come Cattolica, Casteltermini, Niscemi, Vittoria, Palma di Montechiaro, Leonforte o Riesi, a volte erano paesi nati là dove già sorgevano antichi borghi o dove in passato c\’erano stati comuni poi abbandonati. La maggior parte di queste nuove entità urbane come Cattolica Eraclea, Montallegro, Ribera, Santa Margherita Belice o Menfi sorse tra i 100 e 200 metri evitando così le zone malariche delle pianure come la piana di Catania o le foci del fiume Salso fenomeno che portò alla redistribuzione della popolazione con spostamento dai centri montani a quelli basso-collinari o le zone di pianura lontane dalle aree affette da malaria; se nel secolo scorso si era registrato un aumento degli abitanti delle grandi città, soprattutto costiere, adesso con la fondazione dei nuovi villaggi interni si verificò un spostamento della popolazione verso i piccoli-medi centri agricoli con consequenziale aumento del peso sociale ed economico baronale nelle campagne a discapito del controllo politico-amministrativo dei principali centri urbani nel resto dell\’isola. Mai come nella seconda metà del XVII, tra Contro-riformismo cattolico con il suo bisogno di chiese e monasteri e licentia populandi, si era costruito tanto in Sicilia, del resto tutto ciò fu possibile grazie anche alla natura urbana della grande aristocrazia siciliana, del resto il periodo compreso tra la fine del \’500 e i primi 50 anni del XVII secolo fu quello in cui tra il medioevo e l\’età moderna nacquero più centri urbani. Artisticamente fu soprattutto il  Barocco a ispirare gli architetti dell\’epoca molti dei quali furono chiamati in questa opera di costruzione del tessuto urbano isolano ma in questo nuovo bisogno sorsero anche bellezze architettoniche come la splendida scalinata in ceramica di Santa Maria del Monte sorta nel 1606 a Caltagirone. Purtroppo il fiorire di nuovi centri abitati comportò anche la distruzione di una buona parte del patrimonio boschivo siculo soprattutto nella parte orientale (come messinese ed etneo) dove erano più diffuse le piante secolari a fusto ampio e il consequenziale dissesto idro-geologico e l\’impoverimento dei corsi dei fiumi, del resto nei contadi che circondavano i paesi appena fondati furono messi a coltura nuovi terreni per permettere all\’isola di restare terra di esportazione del grano in un\’epoca in cui era aumentata la richiesta mondiale. In pochi decenni la Sicilia vide crescere per centinaia di migliaia di ettari le terre, prima incolte, lavorate a grano senza però, come abbiamo visto, un miglioramento delle tecniche di produzione e delle rese. Comunque tutto ciò provocò anche il cambiamento del panorama siciliano visto che con la diffusione dei latifondi e l\’abbattimento di tanti alberi si verificò l\’appiattimento del paesaggio che se in primavera era verdeggiante e fiorito in estate diventava arso e dominato da colori paglierini, panorama che veniva addolcito solo da qualche limitata zona coltivata ad alberi da frutta, olivi, vigne, orti etc etc…Neanche le isole minori restarono immuni da questa situazione: nel 1630 il re concesse la proprietà di Lampedusa e del resto delle Pelagie, pur restando sotto autorità reale, alla famiglia aristocratica Tomasi (guidata in quel momento da Giulio duca di Palma e barone di Montechiaro) che diventò quindi Tomasi di Lampedusa mentre nel \’37 fece lo stesso con le Egadi cedute alla famiglia del marchese genovese Camillo Pallavicini che però diede un forte impulso all\’economia delle isole trapanesi soprattutto con la tonnara, l\’estrazione del tufo, la pesca e l\’incremento della produzione agricola. Abbiamo visto come il Parlamento siciliano fosse saldamente nelle mani dell\’aristocrazia terriera ma è da sottolineare anche che nel corso di tutti questi decenni il governo spagnolo garantì il rispetto della serie triennale dell\’antica istituzione isolana e quindi delle sue convocazioni ma ciò fu reso possibile anche perché a loro volta i parlamentari approvarono sempre le richieste fiscali provenienti dalla penisola iberica anche quando tra gli anni \’20 e \’40, mentre al capo del governo spagnolo c\’era De Guzaman e i sovrani Filippo III prima e Filippo IV dopo, la Spagna dovette affrontare moltissime rivolte nei suoi territori controllati e conflitti esteri veri e propri (dalla guerra dei trent\’anni, a quelle in Germania, con i Paesi Bassi, nel ducato di Milano, con il Portogallo o la Catalogna) per le quali Madrid promosse l\’"uniòn de armas" che prevedeva il reclutamento di diversi soldati in ogni territorio sotto il suo controllo e che in Sicilia si concretizzò in 16 mila uomini. Ma l\’aspetto più pesante fu il fisco che divenne un pozzo senza fondi, una vera rapina legalizzata a danno del popolo siciliano, tanto che con il governo del De Guzmán il prelievo fiscale isolano fu più che doppio rispetto a quelli precedenti, prelievi che il Parlamento siciliano approvò comunque. Queste e altre situazioni portarono già all\’inizio del \’600, in una regione in cui  la popolazione alla  metà del primo decennio era salita a quasi 1 milione e 100 mila abitanti, al degrado ambientale e socio-economico, degrado che già aveva avuto un certo rilievo nel periodo aragonese. Del resto in quegli anni il Guzmán sfruttò anche l\’aggravarsi del conflitto tra Palermo (qui nel \’20 furono completati i "Quattro canti") e Messina con quest\’ultima che rivendicava il ruolo di capitale della Sicilia, ruolo da strappare o affiancare a Palermo; le due città erano porti d\’intenso traffico commerciale marittimo, animato soprattutto da mercanti lombardi, veneziani, genovesi e pisani, che ne facevano i due principali poli demografici ed economici dell\’isola. Nel \’29 Messina arrivò ad offrire un milione di scudi se il nuovo re Filippo IV avesse diviso l\’isola in due vicereami con capitali Palermo e la stessa città dello stretto. Ma come abbiamo visto i fattori d\’instabilità venivano anche dall\’estero; sotto il viceré Pedro Téllez-Giròn, che governò tra il 1611 e il 1616, fu notevolmente rafforzata la difesa delle coste isolane e la forza militare navale siciliana che così poté vincere diversi scontri navali contro le navi islamiche. Eppure nei decenni precedenti quella forza navale era stata ridimensionata: infatti se la Battaglia di Lepanto del 1571 eliminò definitivamente il pericolo che la Sicilia potesse essere conquistata dai Turchi dall\’altra parte non sradicò il cancro della pirateria e dei corsari ma la minore importanza strategica che per la Spagna aveva assunto l\’isola comportò nei decenni successi a quella vittoria il disimpegno politico-militare iberico in Sicilia preferendo così puntare più sua difesa passiva lungo le zone costiere tant\’è che se nel \’500 la fotta militare siciliana aveva in forza sedici galere nel \’600 erano scese a solo dieci. Ma Téllez-Giròn si distinse anche per la durezza con cui combatté la criminalità e la corruzione dentro il regno nonché per i tentativi di migliorare le finanze siciliane dissanguate anche per le numerose guerre che combatteva l\’impero spagnolo. Intanto nel 1621 moriva Filippo III e saliva al trono il figlio Filippo IV (che era III a Palermo e Napoli); sotto regno del nuovo sovrano la situazione sull\’isola si fece ancora più difficile. Fiscalità alta, neo processo di feudalizzazione, impoverimento di ampie fasce della popolazione e arricchimento di una elite di latifondisti, rivalità tra grandi città, dissesto ambientale, incursioni navali nemiche, uno stato così diffuso di malessere sociale-economico-internazionale aggravato da focolai di peste, soprattutto negli anni \’50, le carestie sempre più frequenti e altro ancora provocò l\’aumento dell\’ "anti-spagnolismo" isolano che solo a causa dell\’antagonismo tra Palermo e Messina e l\’assenza di una forte classe borghese interessata all\’indipendenza politica per limitare lo strapotere potere del baronaggio filo-iberico non raggiunse i livelli dei Paesi Bassi, della Catalogna e del Portogallo. In particolare per quanto riguarda Messina abbiamo visto che dalla fine degli anni \’20 la città dello stretto iniziò a rivendicare con più forza la sua posizione di "porta d\’ingresso" in Sicilia con la richiesta di creare due vicereami ma Palermo non accettava l\’idea di veder ridimensionare il suo ruolo di capitale di provincia e così tra le due città si aprì un contenzioso a colpi di scudi offerti alla Spagna per il pronunciamento a favore dell\’una o dell\’altra; in quello scontro decise di approfittarne il viceré spagnolo del momento, Gaspar Olivares, alla continua ricerca di denaro favorendo così la disputa tra i due centri che se da un lato depauperò parte delle risorse delle contendenti dall\’altra si risolse a favore di Palermo che rimase capitale dell\’isola perché per la Spagna, nonostante il suo bisogno di denaro, era impensabile dividere in due l\’isola. Altra situazione pericolosa per gli equilibri interni fu la decisione della Spagna (sempre più al centro di guerre costosissime) nel 1638 di emanare un bando che metteva in vendita beni patrimoniali ma anche intere città demaniali siciliane che ora potevano essere acquistate da ricche famiglie baronali anche se entro un certo periodo di tempo e sempre dietro pagamento di denaro lo Stato e le stesse città demaniali potevano riscattarle o il compratore poteva acquistarne il possesso definitivo ed ereditario. Fu una politica miope che se da un lato arricchiva le casse madrilene dall\’altra indebolì il controllo spagnolo sull\’isola perché la monarchia non considerò che i comuni appartenenti allo Stato avevano sempre rappresentato un strumento efficace del potere regio contro quello baronale. E così nel giro di pochi anni furono vendute a ricche famiglie isolane città come Corleone, Nicosia, Mineo, Tortorici, i casali di Taormina e Catania, Linguaglossa, Agrigento, Licata, Patti, Vizzini, Mistretta o Sutera; a quel punto s\’innescò un processo perverso perché le popolazioni di quei comuni per non finire soggiogati sotto i nuovi padroni si auto-tassarono per ricomprare a loro volta le città vendute. La strategia del governo era molto chiara perché sapeva, come lo sapevano gli stessi ricchi compratori aristocratici, che difficilmente le città o i casali in vendita si sarebbero rassegnati a divenire subalterni al barone, conte o principe di turno (alcuni, come gli abitanti di Rametta, insorsero anche con le armi) innescando così un processo di vendita-riacquisto che avrebbe arricchito le casse dello Stato a danno delle ricchezze comunali e in effetti  se alla fine nessuna città isolana divenne definitivamente baronale il rovescio della medaglia fu che molti abitanti di quei comuni si ritrovarono pesantemente indebitati. In questo modo il denaro dei siciliani che poteva essere investito nel miglioramento dell\’agricoltura o della vita del comune finiva nelle casse reali spesso utilizzato per finanziare le guerre spagnole in giro per il pianeta o mantenere lo sfarzo della corte di Madrid. Tutto questo sovraccarico fiscale prosciugò le potenzialità di sviluppo economico dell\’isola accrescendo l\’odio dei siciliani nei confronti degli spagnoli con inevitabili ribellioni e cospirazioni organizzate. Ma se la massa della popolazione s\’immiserì altri si arricchirono ulteriormente in particolare numerose famiglie nobili molte delle quali alla fine del \’500 avevano già approfittato dell\’aumento mondiale dei prezzi del grano e che ora con la compravendita del demanio statale avevano ricavato tanti altri soldi. Ma se fino agli inizi del \’600 il potere regio si era appoggiato alle città demaniali per contenere la potenza baronale con la politica della vendita del demanio che cedeva le città ai baroni veniva meno quasi ogni barriera allo strapotere feudale dell\’aristocrazia siciliana anche quando, quasi sempre, le popolazioni delle città in vendita riuscivano a riscattarle perché in quel modo ne usciva comunque devastato il prestigio del demanio; in quello spirito di rivincita verso Madrid la monarchia non cercò più l\’appoggio delle città demaniali ma quello dei potenti aristocratici latifondisti. Questa situazione anche se non portò ad uno strapotere insuperabile della baronia lasciando il centro culturale e politico siciliano oltre che nel Parlamento (che però era in parte controllato dall\’aristocrazia) anche nelle mani delle amministrazioni cittadine che se pur influenzate dalle grandi famiglie nobiliari avevano pur sempre un potere misto di fatto danneggiò l\’egemonia urbana aumentando l\’antispagnolismo isolano che si risolse sia in un avvicinamento alla penisola che in frequenti rivolte o tentativi soprattutto nelle città demaniali come Messina e Palermo, rivolte che comunque non miravano ancora all\’indipendenza della Sicilia. Le poche congiure che avevano avuto questo obiettivo furono bloccate sul nascere: ad esempio negli anni 40 vennero organizzate alcuni intrighi come quello che nacque nel 1647 quando si diffuse la falsa notizia della morte di Filippo IV il quale non avendo eredi diede speranza a chi voleva sfruttare l\’avvenimento per dare alla Sicilia un proprio re; il complotto fu organizzato da due giureconsulti, Antonio Del Giudice e Giuseppe Pesca, e fu appoggiato da molti nobili titolati tra cui uno degli aristocratici più potenti di Sicilia, il conte Mazzarino che si era illuso di potere diventare il futuro sovrano isolano. Ma i due giurisperiti puntavano sul duca Montalto e così il conte sentendosi tradito fece marcia indietro informando il viceré della tresca il quale accertatosi della veridicità dei fatti e scoperto che i coinvolti erano numerosissimi decise, per evitare di punire tutti i nobili traditori, di condannare alla pena di morte solo i due organizzatori dando tempo agli altri aristocratici di fuggire dalla Sicilia. Del Giudice e Pesca dovevano servire da monito per gli altri potenziali futuri congiuranti. Ma non sempre si tratto di semplice congiure, sempre nel \’47, pochi mesi dopo la congiura esplose a Palermo (la rivolta si diffuse anche in altre zone dell\’isola), a causa dell\’elevata fiscalità, la carestia e la fame, una vera e propria sommossa orchestrata da alcuni nobili e intellettuali quasi tutti di scarso rilievo, la rivolta che in un primo momento decretò l\’abolizione di privilegi e gabelle e la pari rappresentatività nel governo della città tra ceti aristocratici e meno abbienti fu però animata da una popolazione che più che la fine della monarchia e quindi portatrice di un vero progetto politico e di società chiedeva il pane. Senza una vera idea sul cosa fare, senza una borghesia che potesse mettersi a capo di quella rivolta con dei capi riconosciuti con una proprio forza poco dopo una settimana quella ribellione fu facilmente annientata dal viceré Los Veles risolvendosi così in un totale fallimento e nell\’arresto, la cacciata o l\’eliminazione fisica dei maggiori organizzatori spesso popolani o semplici artigiani come Nino la Pelosa che ne era il leader. A questi disordini aveva partecipato anche un certo Giuseppe D\’Alesi, un artigiano battiloro (che lavorava l\’oro) molto conosciuto in città; il D\’Alesi era stato arrestato ma riuscì a fuggire a Napoli dove assistette ai moti popolari  organizzati dal famoso  Tommaso Aniello detto Masaniello. Finiti quei moti lo stesso anno l\’artigiano siciliano tornò a Palermo e ad agosto convocò i capi delle corporazioni popolari organizzando una rivolta tanto che venne nominato il "masaniello siciliano". Facendo leva sulla miseria il nuovo leader fu eletto, insieme ad altri due artigiani, Giuseppe Errante e Gian Battista dell\’Aquila, capo della ribellione organizzando il rapimento del viceré. Ma delle spie sabotarono i piani e alcuni suoi compagni furono incarcerati dagli spagnoli. A quel punto D\’Alesi e altri cittadini armati si recarono sotto il Palazzo Reale di Palermo chiedendo a gran voce la liberazione dei detenuti; temendo gravi conseguenze Los Velez acconsentì ma quel gesto invece di calmare gli animi li riempì di speranze e così l\’ex battiloro venne eletto "Capitano Generale". Fu organizzato un assalto alle armerie e furono armati molti palermitani che conquistarono il palazzo del re costringendo il viceré alla fuga precipitosa via mare. Tra i rivoltosi c\’era anche il pittore di Monreale Pietro Novelli, il più importante artista siciliano del \’600, che morirà proprio in quella rivolta. D\’Alesi decise che non bisogna distruggere i palazzi reali e le case dei nobili per evitare di mettersi contro questi ultimi, cercò anche di ristabilire l\’ordine su tutta l\’isola (pensava di potere prendere il controllo di tutta la regione) e preservò l\’attività dell\’unica banca siciliana, quella del Banco Pubblico. Ad un certo punto abolì le gabelle ma con quest\’ultimo risultato il cosiddetto "partito lealista", il gruppo nobiliare i cui interessi erano prossimi a quelli reali e che quindi non voleva mettere in discussione l\’ordine spagnolo (a differenza del loro leader che aveva dichiarato l\’indipendenza dell\’isola e l\’instaurazione della repubblica), giudicò non più sostenibile quella rivolta e così l\’aristocrazia si riorganizzò e con l\’appoggio di molte maestranze che erano spaventate dalla crisi economica che si era innescata in quella situazione di guerra civile uccisero D\’Alesi permettendo quello stesso anno al viceré di tornare ponendo fine ai moti e facendo arrestare gli insorti giustiziandone molti. Quell\’avvenimento spinse il nuovo viceré Giovanni d\’Austria (fratello naturale del sovrano) a introdurre per la prima volta la schedatura segreta dei personaggi politici isolani. Comunque a parte qualche eccezione uno degli aspetti fondamentali che indebolivano queste ribellioni era, oltre la debolezza della classe media, la circostanza che spesso erano progettate dalle fasce più povere senza l\’appoggio della nobiltà e l\’alta borghesia cittadina che in quei decenni si erano arricchite all\’ombra dei viceré. Del resto quando anche queste classi appoggiavano o organizzavano questi moti non lo facevano per un autentico spirito indipendentista e democratico ma per egoismi di parte fini a se stessi e senza collegamenti con gli altri strati sociali. Ciò dipese anche dal fatto che la Spagna fece in modo che il baronaggio siciliano condividesse, a volte cedendoglieli, buona parte dei poteri che esercitava sull\’isola mentre sotto le precedenti dinastie monarchie i re di Sicilia erano sempre stati regnanti assoluti o, come nel caso dei primi Aragona, con poteri molto estesi tanto che la giustizia penale e civile, quindi il controllo della società, restava saldamente in mano ai regnanti. Ma ovviamente questa situazione non poteva che accrescere l\’odio nei confronti dei dominatori stranieri da una parte sempre più consistente del popolo e del resto in questi anni altri tentativi insurrezionali furono tentati come quello del \’49 del legista Lo Giudice, consigliere del D\’Alesi, che con l\’appoggio di alcuni letterati e aristocratici voleva sottrarre l\’isola agli aragonesi dando la corona al francese conte di Mazzarino. Comunque l\’anti-spagnolismo isolano si concretizzò anche culturalmente nel senso di un crescente distacco dalla Spagna della élite intellettuale siciliana e il suo progressivo avvicinamento alla vita culturale della Penisola Italiana e ovviamente la crisi economica non faceva che peggiorare questo clima, del resto (in un contesto generale di spostamento del centro economico-commerciale continentale dall\’Europa del Sud e la penisola italiana a quella occidentale e del Nord) se negli anni 20 iniziò una contrazione delle esportazioni di grano dal \’65 in poi toccò alla seta. Nel 1651 un nuovo evento lavico devastò Bronte mentre un anno prima dell\’eclissi del 1666 morì il vecchio sovrano e al suo posto salivo Carlo II (III in Sicilia e V nel resto dell\’Italia peninsulare), l\’ultimo Asburgo di Spagna e quindi Sicilia. Circa la situazione della schiavitù si registra un miglioramento nel corso del \’600 perché se è vero che nel XVI secolo le persone appartenenti a questa classe sociale sono circa l\’1-2% della popolazione siciliana totale (quindi tra i 10 e i 15 mila) già nel \’600 la schiavitù registrerà, tranne per l\’utilizzo di rematori delle galere, un forte calo.


ASTRONOMIA

In quel frangente esplosivo e sotto il nuovo sovrano avvenne la seconda eclissi di quel secolo, una totalità diversa dalle altre. Infatti per la prima e unica volta tra gli eventi della nostra serie passata e futura si trattò di una eclissi  (ibrida) che divenne totale proprio mentre passava sopra la Sicilia. Dunque in quella occasione la totalità partì proprio dalla nostra regione, esattamente dalle zone centro-orientali, per poi morire sulla penisola cinese orientale dello Shandong. Durata massima sul Kazakistan settentrionale: 39s. Sull\’isola l\’eclissi ancora anulare sulla costa tra Gela e Licata, diventata parziale tra Butera e il lago Disueri, si trasformò in totale a pochissimi km a Sud-Ovest di San Michele di Ganzaria (nel caltagironese, provincia di Catania). Il fenomeno iniziando proprio sulla nostra regione fu anche quello più "stretto" di tutta la serie interessando solo una sottile fascia di poche decine di km di larghezza (una fascia che andava dalla zona di Caltagirone alla costa Est dell\’Etneo) ma anche la totalità di minore durata tant\’è che solo poco prima di abbandonare l\’isola raggiunse appena 1 secondo di oscurità totale. Centrati San Michele di Ganzaria, Camporotondo Etneo, San Pietro Clarenza, i quartieri e le frazioni tra Massa Annunziata e Mascalucia, Piano, Trecastagni, Viagrande, Pigno, Santa Maria la Stella, Piano d\’ Api, Balatelle, Santa Maria Ammalati, Scillichenti, Pozzillo Soprano, Stazzo e Pozzillo. Mg e massima durata massime sulla costa ionica del porto d Pozzillo: mg 1,000 e 1s. Ciclo Saros 131.


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(la freccia indica il punto d\’inizio della totalità, dalla freccia verso destra)

Per un maggiore dettaglio:
http://xjubier.free.fr/en/site_pages/solar_eclipses/xSE_GoogleMapFull.php?Ecl=+16660702&Acc=2&Umb=1&Lmt=1&Mag=0

[continua…]

Per leggere tutti gli altri articoli sulle eclissi siciliane
http://www.meteosicilia.it/it/modules.php?name=News&file=article&sid=147

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